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E’ stato uno degli eventi politici che ha contrassegnato la riapertura dei lavori nella capitale dell’Unione europea. Al Bozar, tempio culturale di Bruxelles, lo scorso 9 settembre è andato in scena il “vero stato dell’Unione” organizzato da DiEM25 (Movimento per la Democrazia in Europa 2025), primo ritrovo nel cuore pulsante dell’Ue per il movimento co-fondato dall’ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis. All’appuntamento si sono presentate più di mille persone, tra cui molti giovani. L’obiettivo  era mettere a nudo la fatua retorica dell’establishment europeo, a pochi giorni dall’omonimo discorso ufficiale, pronunciato dal presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker.
“Lasciate perdere i numeri ingannevoli, noi sappiamo bene che la crisi in Europa non è finita, anzi sta peggiorando”, afferma l’ex ministro delle finanze di Atene, pungendo: “Immagino già cosa dirà Juncker settimana prossima: elogerà i dati sulla ripresa economica e dirà che la crisi è finita, continuando così la tradizione di diniego della realtà portata avanti da tempo dai principali politici europei”. Varoufakis ne ha per tutti, a cominciare dai fautori delle politiche di austerità, imposte dalla “tecnocrazia in cui si è trasformata l’Unione europea”, in modo autoritario (vedi il caso della Grecia, ma non solo): “Hanno creato un deserto e lo chiamano pace”.
I problemi dell’Europa attuale non si fermano tuttavia alle politiche economiche, né all’euro. “L’Ue fa le sue mosse tenendo conto del sentimento del mercato, non ascolta più i suoi cittadini, ignorando i loro interessi. Siamo in mano a politici incompetenti, che fanno scelte irresponsabili e a volte sono persino corrotti”, denunciano altri relatori di spicco, come Philippe Legrain, ex consulente del presidente della Commissione Manuel Barroso, e la senatrice irlandese Alice-Mary Higgins dal palco del Bozar, per l’occasione allestito con un’installazione di grandi stelle bianco-rosse a richiamare quelle della bandiera europea. “I burocrati europei hanno mantenuto il loro lavoro grazie alla vittoria di un solo uomo: Emmanuel Macron”, ammonisce Varoufakis, sottolineando: “Proprio Macron ha dichiarato recentemente che l’UE ha bisogno di essere completamente ristrutturata, altrimenti si disintegrerà”. Insomma, l’Europa per come l’abbiamo vista finora, dicono quelli di DiEM, si trova di fronte a un bivio e rischia di crollare.
Come rilanciare allora il progetto comunitario, messo in scacco da una parte da un’élite incapace di cambiare lo stato delle cose, dall’altra da movimenti xenofobi e populisti che ne invocano la disintegrazione? Lontani dall’abbracciare l’idea di un ritorno allo stato nazione, Varoufakis e i membri di DiEM25 hanno le idee chiare: propongono innanzitutto un “New Deal europeo”, sulle orme di quello statunitense voluto dal presidente Roosevelt all’indomani della grande depressione del ’29. “Abbiamo bisogno di un’Europa sociale, che protegga i suoi cittadini. Solo in seguito potremo discutere di una riforma costituente e democratica per l’Ue”, scandisce Varoufakis, annunciando i punti principali della proposta: un programma di “transizione verde” per l’economia europea, che punti sull’innovazione e sulla ricerca; un piano di “stabilizzazione economica” che garantisca il lavoro e la casa all’interno delle loro comunità ai cittadini; infine l’adozione di un “dividendo universale europeo”, basato su “una tassa comune sulle intelligenze artificiali che sostituiscono il lavoro dell’uomo”, a disposizione di tutti gli europei. A queste idee, si aggiungono proposte specifiche per l’eurozona, come “la creazione passo dopo passo di un’unione bancaria” simile a quella federale creata da Roosevelt negli anni Trenta, e l’introduzione di “un meccanismo di ristrutturazione del debito pubblico per gli stati membri che non sono più in grado di rimborsarlo”.
Accanto all’economista greco, si alternano personaggi di spicco della politica mondiale: dall’ex presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, che parla dell’esempio ecuadoregno nell’affrontare i poteri della finanza globale; al noto economista statunitense Jeffrey Sachs, consulente del democratico Bernie Sanders e da anni impegnato all’Onu nella lotta in favore dello sviluppo sostenibile. Figure che, con il loro sostegno al progetto di DiEM, danno all’evento un tono da comizio elettorale. Solo sensazioni, perché per ora DiEM resta un movimento transnazionale fatto dai cittadini per i cittadini, molto lontano dal diventare un partito politico.
C’è però chi non si nasconde, come Lorenzo Marsili, co-fondatore del movimento insieme a Varoufakis: “L’evento di oggi è la prova che un’altra Europea esiste già”, afferma Marsili nel corso della serata, ricordandone le battaglie recenti, dall’addio al Ttip (il trattato di libero scambio con gli Stati Uniti) alla protesta contro i nuovi regimi autoritari in Polonia e Ungheria, passando per il sostegno ai rifugiati che arrivano in Italia e Grecia. “Quest’Europa”, umana e democratica, “non si arrende ed è determinata a vincere”, aggiunge l’indomani su Facebook l’attivista italiano, celebrando l’elevata partecipazione di Bruxelles. Durante l’evento qualcuno del pubblico chiede (su Twitter) se DiEM si appresti a scendere in campo, come si dice in Italia. Nessuno risponde, ma il dado sembra essere tratto. Per ora i Diemers si mobilitano per condividere il loro programma con un numero sempre maggiore di cittadini europei. Ad essere onesti, già riempire il Bozar non era scontato. Ma DiEM, nato soltanto nel 2016, cresce di mese in mese. E chissà che alle elezioni europee del 2019 non sia già pronto a fare il grande passo.

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