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È un rap impegnato quello di Kento, al secolo Francesco Carlo. Quarant’anni freschi freschi, di Reggio Calabria, romano di adozione, per lui la musica, il ritmo, in primis la parola, sono un’arma per comunicare ideali di buona convivenza, antifascisti. Lontanissimo dal mainstream dei vari  tormentoni estivi, Kento vanta un curriculum pazzesco, che quest’anno ha arricchito con la partecipazione, in qualità di ospite, al Premio Tenco e a Umbria Jazz, palchi solitamente non appannaggio dei rapper. La carriera inizia nel 2009, con l’album Sacco e Vanzetti, prosegue con Resistenza sonora nel 2011, prodotto finanziato con i proventi dei beni sequestrati ai boss. Sì perché Francesco/Kento è di questo che canta. Si guarda intorno e denuncia il malaffare, l’ingiustizia, tutto ciò che rende marcia la nostra società. Ha un blog ed è membro del consiglio della Lega Italiana Poetry Slam. Tutto il resto è la sua musica, per i palchi d’Italia, e non è poco.
Che ci fa un rapper sui palchi d’autore?
Che emozione, è stato un anno di prime volte incredibili. Anche la prima che un rapper reinterpretasse le canzoni di Luigi Tenco. Esperienze molto positive, che stanno continuando perché con l’orchestra porto avanti le mie versioni dei pezzi di Tenco. Le vivo come un riconoscimento nei miei confronti, ma anche dell’hip hop e del rap italiano che ha la forza di confrontarsi con palchi di questo livello e non solo con quelli del mainstream, dei grandi numeri. Sono fiero di essere l’esponente della scena che ha raggiunto un simile risultato.
Quando e perché ti sei avvicinato al rap?
Negli anni Novanta, nel periodo che viene considerato la golden age del rap, anche in Italia. Mi sono avvicinato a questa forma di espressione perché basata molto sulla parola, sul concetto, sul contenuto, sul dire qualcosa, sul trasmettere. La chiave è stato il ritmo unito alla parola.
Un anno fa usciva Da Sud, un album pieno zeppo di storie, contenuti, proteste, denunce, ricchissimo insomma. Parli di mafia, di corruzioni, di ingiustizie in ogni ambito. Un album che porti in giro con la tua band, The Voodoo Brothers, per far conoscere il tuo messaggio.
Siamo ancora in tour, ci sono tante altre date in programma. Stiamo portando in giro anche il libro, Resistenza rap, che è uscito insieme al disco e, se tutto va bene, a breve ne annunceremo l’uscita, tradotto in inglese, negli Stati Uniti. Un periodo intenso di date e concerti. Io continuo a scrivere sempre, non mi fermo mai. È il momento di comunicare, di parlare con la gente, di portare la mia musica ovunque.
Per esempio, nel brano “H.I.P. H.O.P.”, che poi sta per “Ho Idee Potenti, Ho Obiettivi Precisi”, parli proprio della parola come arma da utilizzare «…con forza e precisione».
Sì perché la cosa importante non è solo la potenza dell’arma, ma la precisione. Nel momento in cui io utilizzo la parola, devo essere in grado di utilizzarla in maniera precisa e questo è il messaggio principale che mi sento di dare ai giovani rapper: la consapevolezza di avere un’arma in mano e di saperla usare.
In “Piazzale Loreto” c’è una presa di posizione netta nei confronti del fascismo, del razzismo e di tutta quella “zona grigia” che con loro scende a patti. Mi sembra un tema attualissimo. Che cosa e chi denunci?
Ci sono riferimenti abbastanza espliciti a Mafia capitale. Parlo, in generale, di tutti coloro che non si fanno scrupolo di fare affari con delle realtà implicate con il neo fascismo. Dico che il fascismo si è lavato la faccia e ha indossato la giacca.
A proposito di Mafia capitale, qual è stata la tua reazione alla sentenza per Buzzi e Carminati?
A me non interessano le verità giudiziarie, ma quelle storiche e sociali. Dal punto di vista sociale, non c’è dubbio che si tratti di un’organizzazione di tipo mafioso. Poi, la pronuncia del giudice non la condivido, ma non è di questo che mi occupo. La mia è una lotta politica attraverso la musica e da quel punto di vista io non ho dubbi da che parte stare o che cosa dire. La sentenza è un errore, ma io non costruisco la mia battaglia sulle sentenze, ma sulle realtà politiche.
A cosa dobbiamo, partendo da Roma e dalla presenza di CasaPound, questo preoccupante ritorno ai principi e comportamenti di estrema destra?
Dipende da molti fattori, sono realtà sdoganate; dipende dalla mancata applicazione, secondo me, delle leggi sull’apologia del fascismo e sulla ricostituzione del regime fascista. Al di là delle leggi, bisogna ricostruire l’attualità dell’antifascismo. Finché l’antifascismo viene visto solo in chiave storica, ci dimentichiamo la lezione più importante dell’antifascismo e della lotta partigiana.
Che riscontri hai, di ciò che canti e denunci, da parte del pubblico?
Ho un pubblico eterogeneo: il messaggio della musica arriva a tipologie di persone diverse, poi ognuno le filtra con le propria sensibilità e con le proprie esperienze. È importante quello che ricevo, e questo cambia ogni volta. Non riuscirei a scrivere così tanto se non frequentassi così tanti palchi.
In questo momento che cosa stai scrivendo?
Sto iniziando a scrivere il mio decimo disco e l’ispirazione viene dalla strada, dai palchi, dai viaggi. Lo sto scrivendo in treno, in aereo. Tutto quello che mi dà la gente che mi ascolta finisce nella mia musica.
Il rapporto con la tua Calabria?
Ancora più intenso e viscerale. Amo moltissimo quello che c’è di bello e quello che c’è di brutto.
Mai avuto problemi, minacce o cose simili?
Nel libro ne parlo molto, ho avuto episodi spiacevoli, che però, ci tengo a dire, non sono successi soltanto in Calabria, ma anche a Milano. Io tengo a mettere l’accento non solo sugli episodi spiacevoli, che comunque sono stati pochissimi, quanto sulle centinaia di episodi di solidarietà e incoraggiamento che ho avuto. Per quanto c’è di brutto, c’è una voglia di riscatto enorme, sono ottimista. La musica è un piccolo ingranaggio nella macchina che ci porta verso il futuro.
Kento sta per…
Si chiama così un personaggio di un cartone giapponese, Daltanious, ma è anche l’anagramma fonetico di Tenco!

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