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Sui social, indirizzare pubblicità sulle pagine frequentate da razzisti produce profitti, spammare pubblicità agli haters aumenta i guadagni. Ne sa qualcosa Facebook che, suo malgrado, è diventato veicolo di pubblicità “calibrate” sulle idee (o presunte tali) di chi inneggia all’odio, alla razza bianca e all’Olocausto. In assenza di filtri su determinate parole, il più grande social network del mondo consente infatti di far comparire, a pagamento, dei post – per esempio – su pagine gestite da gruppi antisemiti e/o filonazisti, i cui topic presentano frasi di questo tipo: “odiatori di ebrei”, “come bruciare gli ebrei” e così via. Salvo poi intervenire con la cancellazione di queste pagine e di queste pubblicità una volta ricevute le doverose segnalazioni di utenti indignati.

A documentare tutto ci hanno pensato tre giornaliste di Pro Publica, Julia Angwin, Madeleine Varner e Ariana Tobin, che hanno avviato un’inchiesta con soli 30 dollari per promuovere alcuni post scritti appositamente in modo risultare “interessanti” per uno specifico target. Nello specificare i criteri per i potenziali clienti da raggiungere su Facebook hanno inserito delle parole come “ebrei”, “nazismo”, “Hitler”. Dal canto suo il social network ha impiegato 15 minuti per approvare il tutto. E la pubblicità ha iniziato a circolare per esempio sulla pagina intitolata “Hitler did nothing wrong”, Hitler non ha fatto niente di male.

Non è la prima volta che l0azienda di Cupertino si trova a dover rispondere ad accuse di “scarsa attenzione” verso le derive antisemite che caratterizzano numerose pagine.

Dopo l’inchiesta di Pro Pubblica è stato chiesto a Zuckerberg o chi per lui di commentare, ma nessuno ha risposto direttamente. Ed è stata oscurata la categoria “odiatori di ebrei”. «Sappiamo che abbiamo ancora lavoro da fare, per evitare che questi episodi si ripetano in futuro» ha detto Rob Leathern, direttore e product manager di Facebook. E’ la replica più ricorrente. In pratica è stato l’algoritmo a creare la categoria su Hitler e sui genocidi, non csi tratta di un errore umano.

Sempre Pro Publica un anno fa aveva dimostrato che Facebook era riuscito a impedire che alcune pubblicità di case in vendita negli Usa non apparissero su pagine frequentate da neri americani. «”Se sei nero, non vedrai queste pubblicità”. Immaginate un giornale che permetta di fare pubblicità solo sulle copie che andranno in mano a lettori bianchi. È quello che sta facendo Facebook» scrisse Pro Publica. Facebook si scusò anche allora. Ed anche allora la colpa fu dell’algoritmo… razzista (e non della persona che lo ha impostato).

 

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