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In Pakistan, Nadeem James, 35 anni, è stato condannato a morte per aver ridicolizzato il profeta Maometto su whatsapp con una barzelletta. Dopo essere stato denunciato dall’amico con cui comunicava sulla chat, il tribunale lo ha giudicato e condannato alla pena capitale per blasfemia. Nella sentenza, la colpa che gli è stata imputata, è la pubblicazione di materiale che si prendeva gioco dell’islam su una piattaforma digitale, in una chat risalente a giugno 2016.

Spesso le accuse di blasfemia in Pakistan vengono mosse a membri delle minoranze di confessione non musulmana che vivono nel Paese. Nadeem appartiene a quella cristiana. Il suo avvocato, Riaz Anjum, ha reso noto che si appelleranno al verdetto del tribunale di Gurjat della corte pakistana. Solo ad aprile scorso, uno studente, Mashal Khan, è stato picchiato a morte nella sua università a Mardan, in dormitorio, per aver preso parte poche ore prima ad un dibattito sulla religione di Maometto. Venti studenti sono stati arrestati perché ritenuti colpevoli della fine del giovane pakistano ed il Parlamento ha considerato di istituire un corpo di guardia addetto solo alla problematica, perché sono stati 67 gli omicidi per “blasfemia senza prove” dal 1990 in Pakistan ma sono dati indipendenti e approssimati per difetto.

Un mese dopo la morte di Mashal, a maggio, un bambino di dieci anni è morto durante un tentato linciaggio ai danni di un negoziante indù, accusato della medesima colpa di Nadeem: aver postato un’immagine derisoria dell’islam sui social network. Cinquecento persone hanno tentato di ucciderlo nella stazione di polizia in cui si trovava.

Nel 2011 il governatore Salman Taseer ha tentato di riformare la legge che consente allo Stato di uccidere un suo cittadino se lo considera blasfemo, ma è stato a sua volta ammazzato da un islamista. Quando il suo omicida è stato arrestato, è stato condannato morte. Ora è considerato un martire dai radicali religiosi.

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