Come spesso accade, sempre più spesso ultimamente, lo stupro assume nel modo come viene recepito e comunicato dai media, come un fatto di maggiore o minore gravità, se non addirittura di completa inesistenza della violenza, a seconda di chi è che commette il reato.
Lo stupro diventa il tentativo di sottomissione della donna bianca da parte dell’invasore straniero. Meglio ancora se lo straniero è di colore o proviene dall’Africa.
Oppure lo stupro diventa la provocazione della donna se l’uomo che commette il reato è in divisa e rappresenta l’istituzione.
I media instillano l’idea che l’uomo straniero che violenta la donna italiana sia diverso dall’uomo bianco che violenta la donna straniera.
Naturalmente non c’è nessuna differenza.
La domanda da farsi è invece: qual è il motivo per cui un uomo violenta una donna?
Per rispondere a questa domanda va prima osservato che la sessualità umana non ha come fine la procreazione. La sessualità umana è uno stare insieme fine a se stesso. Questo stare insieme diventa realizzazione con la separazione. La realizzazione dell’uno che è anche e per la realizzazione dell’altro e viceversa. È una nascita. Se vogliamo trovare un fine della sessualità è il separarsi essendo diversi da come si era prima di incontrarsi.
Che la sessualità possa essere realizzazione personale è qualcosa di inconcepibile per la nostra cultura basata sul pensiero giudaico-cristiano e logico razionale. Che poi lo sia anche per la donna ancora di meno.
Anche per questi argomenti Massimo Fagioli sosteneva che il violentatore è in realtà un impotente, ossia colui che in realtà non è in grado di avere rapporto con la donna se non con la violenza fisica. Questo perché il violentatore annulla la realtà interna della donna. Rimane solo il corpo che viene violentato come fosse un fantoccio, un oggetto inanimato.
Nella violenza sessuale non c’è in realtà nessuna sessualità. Ed è in questa assenza la violenza maggiore che la donna subisce.
Il violentatore vuole imporre alla donna il pensiero che una sessualità libera e felice che sia realizzazione non esiste. Perché prima di tutto per lui non esiste. La verità del rapporto sessuale che è il massimo della realizzazione di rapporto di due amanti viene detto essere in realtà violenza e non amore.
In altro modo è stato trattato il caso dell’uccisione della ragazzina pugliese uccisa dal suo ragazzo diciassettenne.
È evidente la malattia grave del ragazzo, già ricoverato due volte malgrado abbia solo 17 anni. Ancora più grave è il fatto che nessuno degli operatori sanitari che lo avevano in cura avesse ipotizzato una sua pericolosità malgrado i numerosi segnali molto evidenti.
Uno psichiatra avrebbe dovuto leggere nell’episodio dell’aggressione alla macchina una richiesta d’aiuto del ragazzo: “sto per fare del male a qualcuno, fermatemi!”
Dovevano perlomeno avvertire la ragazza, dirle di stare attenta, di non frequentare il ragazzo. Dirle che una psicosi grave come quella a volte può sfociare in atti violenti senza un motivo apparente.
La ragazza probabilmente non vedeva o non voleva vedere. Forse pensava di poterlo controllare, di farlo calmare. Forse pensava che la grandezza del suo amore lo avrebbe salvato. Forse è anche per questo che lui l’ha uccisa.
Nessuno le ha fatto vedere la realtà della grave malattia del suo ragazzo, la violenza nascosta in quella malattia. L’avrebbero potuta salvare.
In realtà lei, insieme al ragazzo che l’ha uccisa, è la vittima della cultura stupida e violenta con cui abbiamo a che fare tutti i giorni.
È la cultura che dice che la pazzia non esiste, che la malattia mentale non esiste, che quello del pazzo è solo un modo di essere al mondo. Secondo questo pensiero non essendoci malattia mentale non c’è sanità mentale. E non essendoci malattia non esiste cura.
Questo pensiero porta con sé una logica che dice che la violenza, quando c’è, è l’espressione naturale della realtà umana.
I due episodi così distanti hanno un pensiero che li accomuna, un pensiero sugli esseri umani e la loro natura più profonda.
La natura umana sarebbe perversa e naturalmente cattiva fin dall’origine. La nascita sarebbe violenza e cattiveria innate.
Questa costruzione di pensiero ne nasconde un’altra e cioè che la nascita umana, intesa come quella dinamica che è l’inizio del pensiero umano scoperta da Massimo Fagioli, non esiste.
La nascita è invece realizzazione di un proprio io che compare come reazione allo stimolo inanimato della luce sulla retina, la fantasia di sparizione del mondo inanimato e conseguentemente creazione di un’idea-immagine di un rapporto con un altro essere umano, ossia con una realtà non-inanimata. Compare la certezza dell’esistenza di un seno con cui avere rapporto.
È un idea rivoluzionaria perché pone l’inizio dell’essere sociale e politico dell’uomo alla nascita: la fantasia originaria dell’essere umano è quella di avere rapporto con un altro essere umano. L’essere umano è un essere sociale e politico, fin dalla nascita!
Tutti questo deve essere distrutto. Si pensa il bambino come l’esatto opposto.
I genitori, la società, la cultura devono costringerlo ad essere un bravo cittadino. Devono convincerlo a limitare la sua cattiveria innata convincendolo prima di tutto di essere spontaneamente cattivo.
Il modo? Semplice. Violentando il desiderio di rapporto del bambino.
Convincendo le madri, che hanno rapporto con lui, che il bambino non esiste, che in realtà è un animale, un non-essere umano, nella migliore delle ipotesi un mezzo essere umano.
Questo si ottiene facendo in modo che le donne non abbiano una sessualità libera e felice, convincendole che la sessualità non esiste e se esiste è violenza.
Il primo violentatore delle donne è il pensiero religioso e logico razionale che annulla la loro identità.
Perché se le donne hanno l’identità, potranno realizzare una sessualità libera e felice e avranno poi un rapporto con il bambino che non annullerà la sua nascita.
Questa è la vera rivoluzione.

L’editoriale di Matteo Fago è tratto da Left in edicola


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