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Derubata, legata, picchiata e stuprata mentre stava preparandosi il giaciglio per passare la notte, a Villa Borghese a Roma. Ma è solo l’ultimo caso, in ordine di tempo: la violenza subita dalla donna senza fissa dimora è soltanto «l’iceberg di una serie di soprusi e reati di cui persone come lei sono vittime, spesso taciuti dai media mainstream», dice a Left, il presidente di Avvocato di Strada, Antonio Mumolo.
Il caso in questione sfata quello stereotipo culturale, tanto presente nell’immaginario collettivo, che da una parte vuole i senza fissa dimora colpevoli di stare in una condizione che si sono cercati, e dall’altra li designa come artefici delle violenze.

«Quest’ultimo episodio, drammatico sia per l’avvenimento sia per la persona, è un esempio che smentisce tutto ciò», dichiara il presidente della cooperativa sociale Europe Consulting Onlus, Alessandro Radicchi. L’essere senza fissa dimora è, invece, una condizione che può interessare chiunque e «tutti, uomini e donne, vorrebbero stare da un’altra parte, non sulla strada», aggiunge il vicepresidente, Fabrizio Schedid.

«Il problema – sostiene, senza mezzi termini, Radicchi – è legato al fatto che non ci sono sufficienti luoghi per dare accoglienza, soprattutto alle donne, costringendole a scegliere dei posti per passare la notte che le espongono alle violenze più crude. Perché la capacità di accoglienza istituzionale a Roma, per esempio, è ridotta: ottocento i posti notturni (e duecento diurni) istituzionali messi a disposizione, di cui circa 150 dedicati al circuito dei padri separati e madri con bambini e 650 agli adulti in difficoltà».

Ma, numeri alla mano, nel 2016, «a fronte degli ultimi dati Istat che stimano 7700 persone senza fissa dimora nella Capitale, la realtà dei fatti, invece, conta sedicimila persone che hanno chiesto aiuto ai servizi della Direzione accoglienza del Dipartimento politiche sociali di Roma capitale, di cui undicimila persone senza dimora si sono rivolte alla Sala Operativa Sociale e seimila immigrati in protezione umanitaria al circuito dell’assistenza ai migranti. Tra questi ultimi, in particolare, c’è circa un 10 per cento che è uscito dal circuito dell’accoglienza istituzionale dello Sprar (o non vi è mai entrato) ed è finito in quello delle persone che vivono in abitazioni insicure, ovvero senza propria dimora stabile», spiega.

Ed è così che i conti non tornano: «Proprio partendo dalle 7700 persone stimate dall’Istat, il ministero ha stabilito, lo scorso anno, i fondi del Piano operativo nazionale, riservando a Roma un importo pari a 5 milioni di euro, su 50 milioni per tutt’Italia, di cui 13 milioni a Milano, un Piano dunque non adeguato alle vere esigenze e chiaramente insufficiente a far fronte al problema».

Fra le persone senza fissa dimora, il 30 per cento circa sono donne. Tante ma meno degli uomini. «Perché le caratterizza una maggiore capacità di resistere che le porta a cercare una via d’uscita prima di finire sulla strada: avendo un maggior attaccamento alla rete parentale, riescono, talvolta, a trovare dei luoghi di accoglienza fra i famigliari», racconta Radicchi.

«Hanno maggiore resilienza – conferma Schedid – più possibilità di trovare lavoro come badanti che assicura loro anche un alloggio e sono, pure, dotate di maggior pudore. Lo si vede dalla difficoltà a chiedere aiuto e dalla cura del corpo. Che è, anche, indice di un riconoscere che esiste un altro essere umano al quale proporre un’immagine dignitosa.

Sono più coraggiose, hanno più rapporto con la realtà e sempre una speranza perché, sempre, mantengono un pensiero per qualche affetto che, da qualche parte intimamente, è rimasto custodito». E, però, «laddove non riescono a salvarsi, è più facile che il tutto abbia conseguenze psichiche, più intense rispetto agli uomini, che le portano all’isolamento con i drammatici epiloghi che lo stupro della donna senza tetto ha rivelato», conclude Schedid.

Più vulnerabili degli uomini, diventano, come loro, completamente invisibili «perché, nel momento in cui perdono la casa, perdono la residenza, e, collegata com’è a una serie di diritti soggettivi del cittadino, a quel punto, non hanno più nulla: niente carta d’identità, nessun diritto previdenziale, alla salute e al welfare e nemmeno i diritti politici», specifica Mumolo.

E continua: «Spesso, con una causa legale che restituisce loro l’identità, escono dalla strada e per le donne (nel 2016 sono state il 30 per cento delle 3700 persone che si sono rivolte ad Avvocato di Strada) diventa più facile perché riescono a rientrare in un circuito di welfare locale che consente loro di intraprendere una serie di percorsi salvifici». E di ripartire da via Modesta Valenti.

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