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C’era una volta un comunista a Cambridge. Si chiamava Kim Philby e agli occhi della società era un eccentrico socialista, non sospetto perché alto borghese e ricco. Divenne un agent, o meglio un aghent. Ovvero una spia di Mosca, che ora celebra le imprese della più famosa spia britinglese al soldo dei servizi segreti russi con una mostra.

Sangue freddo, speranze comuniste e non molto altro. Così hanno scritto la sua carriera leggendaria. Agente doppiogiochista, negli anni della guerra fredda ne ha combattuta una tutta sua, estremamente segreta. Divenendo il più eminente rappresentante di quella che chiamavano la “cinquina di Cambridge” (Cambridge five), un gruppo ristretto di spie filosovietiche inglesi che per anni hanno passato a Mosca documenti e informazione segrete.

All’inaugurazione della mostra su Philby c’erano anche diversi agenti segreti da lui addestrati. Uno di questi è più famoso degli altri. Si chiama Sergej Naryshkin ed è il direttore del servizio dell’intelligence russa all’estero.

Sui documenti ora visibili a tutti, sotto una teca di vetro, fino a un decennio fa c’era scritto top secret. La spia di Cambridge passò all’intelligence russa informazioni e dati, migliaia di documenti sensibili, tra cui il tentato assassinio di Hitler o l’incontro del Fuhrer con Mussolini.

Rimase sotto copertura per oltre trent’anni, dal 1930 al 1963, quando scappò a Mosca, dove morì senza mai imparare a parlare russo. Apprezzava Felix Dzerzhinsky, fondatore della polizia segreta, e Rufina Pukhova, che amò e sposò. Morì da comunista, continuando a chiamare la sua patria «una terra di lupi» e la Russia «una terra di compagni».

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