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«I prati mi hanno incantato sempre, nel loro assoluto trascorrere silente. Oggi i prati della città in cui vivo sono mischiati al tumulto della corsa e dell’affanno. L’isola non esiste. Ed è giusto. Perché chiedere di salvarsi da soli? E poi io non so andare a cavallo». Pietro Ingrao in Volevo la luna conclude il lungo racconto della sua vita, ricordando la storia del Disperso di Marburg di Nuto Revelli.
A due anni di distanza dalla sua morte, avvenuta il 27 settembre 2015 –  val la pena di tornare a leggere i suoi scritti che pongono domande attualissime. Chi ha avuto la possibilità di conoscerlo sa quanto fosse profondo il suo interesse per la politia e per gli esseri umani.
«Queste memorie – scriveva – sono in qualche modo la ricostruzione di una vicenda personale e sociale nelle insanguinate vicende del mio tempo. Ma – anche per il memorialista- non è proprio certo che le cose siano andate così, e con tale “ordine” sotteso. L’accaduto forse diverrà più sicuro, quando saranno appurati nessi ed eventi che a tutt’oggi , almeno per chi scrive, risultano ambigui o ancora nel da farsi, o ancora troppo personali e segreti. Quell’evento fu così, come sta aggrappato nella mia dolce, dolorosa memoria? O si è consumata la chiave, ammesso che ci sia in campo una chiave, sia pure per una raccolta di frammenti? Essendo incerta la lingua, come si dà e si legittima la memoria? E perché temiamo tanto che la memoria si perda? È la vanità di stare ancora e per sempre sulla scena o un tentativo di salvezza? O forse è la memoria di una soggezione ad altri, tale che non può reggere il silenzio».
Ingrao in gioventù avrebbe voluto occuparsi di cinema e poesia. Dell’uomo che amava la musica, Montale, Leopardi e il cinema di Chaplin, ma con l’inizio della guerra di Spagna, quei sogni furono «bruscamente spazzati via da eventi più aspri e cruciali».
Cominciò così quel rapporto con la politica che lo accompagnò per tutta la vita e che, nel febbraio del 1947 lo vide impegnato come direttore dell’Unità dove rimase per dieci anni.
«Mi ritrovai capocronista dopo essere stato, fino ad allora, un giornalista di frodo, in quelle pagine brevi e tanto amate dell’Unità clandestina. Avevo dubbi seri sulle mie capacità giornalistiche: ero organicamente un “lento” e questo di sicuro non combaciava con la rapidità di decisione e di realizzazione che chiedeva in ogni momento il giornale quotidiano: sino, a volte, alla necessità di cambiare la selezione delle notizie principali all’ultim’ora, quando la pagina di piombo era già conclusa sul bancone del tipografo». Questo il suo racconto.
In pochi mesi nacquero quattro edizioni del giornale: a Roma, a Torino, a Milano a Genova.
Insieme con Ingrao arrivano diversi giovani intellettuali alla redazione di Roma e tra questi Alfredo Reichlin, Luigi Pintor, Maurizio Ferrara, Pasquale Balsamo.
Fu un decennio importante, perché il quotidiano crebbe, grazie anche ad una diffusione capillare, diventando un grande giornale raccontando di cronaca, politica, sport e cultura.
A Lenola, il suo paese d’origine, Pietro Ingrao sarà ricordato domenica primo ottobre.
«Lenola l’aveva e la sentiva nel sangue – scrive Fabio Pannozzo autore di Pietro Ingrao, le origini (Atlantide) – nulla lo rendeva più felice che mettere piede in quel paesello; lui diceva che bastava aprire lo sportello della macchina per sentire quell’aria che già… era tutta un’altra cosa. Ripassava mentalmente quei cieli, quei colori, il verde intenso della primavera. Il nascere e nascondersi della luna e del sole dietro quelle due montagne di Appiolo e Chiavino che cantò meravigliosamente in Variazioni serali”.
La cerimonia “La casa di Pietro” organizzata dall’associazione Pietro Ingrao si svolgerà il primo ottobre a Lenola a partire dalle 17 con i saluti del presidente dell’associazione Marrigo Rosato, l’intervento di Giancarlo Di Fonzo sulla “storia della casa di Francesco e Pietro Ingrao”, l’intervento del sindaco Andrea Antongiovanni e quello del Presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti. Alle 18 ci sarà il concerto di Giovanna Marini e della scuola di Musica popolare di Testaccio.

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