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Il governo centrale ha vietato le manifestazioni pubbliche e i raduni di persone all’aria aperta. Ha bloccato i trasporti e ha impedito ai negozi di aprire. Insegnanti e alunni non entrano nelle scuole chiuse. Come riporta Al-Jazeera la tensione è altissima nei paesi e nella città dove gli attivisti, a migliaia, parlano una lingua diversa dalla maggioranza della popolazione e in quell’idioma hanno appena dichiarato un’indipendenza simbolica dal resto del Paese. Non succede a Barcellona, ma in Camerun, dove le due regioni in cui si parla inglese vogliono essere autonome dal resto dello Stato, che si esprime in francese.

Hanno una bandiera a due colori, bianco e blu, e un inno, in questo Paese che ancora non esiste e già si chiama Ambazonia. «Abbiamo una lingua, una storia, una cultura, le nostre leggi. Abbiamo tutto per essere una nazione. L’Onu deve riconoscere i nostri diritti». Al mondo mandano messaggi video sulle chat perché non c’è nessun giornalista per le loro strade per raccontare questa storia.

Anglofoni contro francofoni. Era una colonia tedesca, il Camerun, poi spartita tra alleati dopo la prima guerra mondiale, tra i vincitori francesi e britannici. Le regioni del Sud e del Nord si sono unite al resto del Camerun nel 1961 con un referendum, risoluzione Onu numero 1608, che oggi, dicono i “separatisti”, non è mai stata applicata nei termini dovuti dal governo centrale che agisce nella capitale Yaounde. Dei proventi del petrolio, che si trova nelle regioni del Sud, ne hanno beneficiato le altre regioni, dicono i manifestanti anglofoni, un quinto della popolazione di uno Stato di 22 milioni di persone. Le discriminazioni contro gli anglofoni, dicono gli attivisti, si compiono ovunque, specialmente sul posto di lavoro, dove sono costretti a parlare francese, nonostante l’inglese sia una delle lingue ufficiali del paese.

Marce si susseguono nelle ultime ore da Buea a Kumbo, dove negli scontri con la polizia e, conseguenti arresti, sono morte l’altra notte sette persone: cinque persone sono state uccise dai soldati, poi una prigione è andata a fuoco e due persone sono morte nell’incendio. Molti sono feriti all’ospedale. Contro gli attivisti adesso si applicano le leggi anti terrorismo stilate dopo i raid di Boko Haram nel Paese. Mille paramilitari sono stati dispiegati nelle due regioni dopo una precedente operazione di sicurezza, durata 128 giorni.

«Oggi affermiamo la nostra autonomia, il nostro retaggio sul nostro territorio» ha reso noto lo Scacuf, il fronte unito del Sud del Camerun, quando le proteste sono scoppiate nel giorno dell’anniversario dell’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1961. «Non abbiamo armi, marceremo pacificamente. Abbiamo il diritto di difenderci, ma non attaccheremo il governo» ha detto Ayuk Patrick, segretario generale dello Scacuf.

I dissidenti, fondatori di un movimento che negli ultimi anni acquisisce sempre più membri, continuano a capeggiare le sempre più numerose manifestazioni di piazza. La tensione aumenta e dall’inizio dell’anno sei persone sono morte e centinaia sono state arrestate. La risposta del governo è stata rendere inaccessibile internet solo nelle due regioni dei parlanti inglese e per più di tre mesi. Il risultato è stato bloccare i gruppi indipendentisti sui social media, ma non per strada. Il leader dei separatisti si chiama Sisiku Ayuk Tabe e continua a ripete nei comunicati video ai compatrioti che «non ci renderanno servi a casa nostra». Invece il ministro della comunicazione camerunese Issa Tchiroma Bakery del governo del presidente Paul Biya ha dichiarato che «non ci sarà alcuna amputazione o divisione del Camerun».

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