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Un ghigno sulle labbra, riconoscibile tra i pixel dell’immagine scattata anni fa. Sotto quel volto la divisa dell’esercito governativo e un anfibio nero, che schiaccia una testa ormai senza vita. Quando l’uomo è arrivato nella capitale svedese, alcuni richiedenti d’asilo siriani lo hanno riconosciuto da quella vecchia foto postata su Facebook. Si era fatto immortalare sorridente accanto ad una torre di cadaveri, mentre con uno stivale ne calpestava i corpi, protagonista di una schiacciante immagine della vittoria prepotente e infame, contro chi era ormai morto e non poteva più difendersi. Quell’uomo della foto è solo un soldato di basso rango, arrivato poi in Svezia come rifugiato, ma oggi in Europa è già il simbolo di un inizio: è la prima volta, dopo sei anni di conflitto, che un membro dell’esercito di Assad è stato condannato per un crimine di guerra.

L’uomo si chiama Mohammad Abdullah, ha 32 anni e «ha violato la dignità umana con i suoi stivali, calpestando cadaveri». Per questo rimarrà otto mesi in prigione. Non in Siria, ma in Svezia. È la prima divisa di Assad a finire in tribunale e poi in carcere, per quello che è successo durante un conflitto che si è portato via mezzo milione di vite, soprattutto bambine. Non è un capo militare. Il soggetto, come la pena, quanto il crimine, dopo tutto quello che è successo in Siria, – dove tutte le sfumature della brutalità sono state usate -, è simbolica. Come simbolico è il numero del caso, il primo: lo sarà davvero se sarà il primo di tanti, perché crimini di guerra sono stati commessi da tutti i fronti, dietro ogni lato della barricata, dalle divise di ogni esercito che ha combattuto nel paese.

I processi contro le forze siriane governative cominciano nelle corti europee. Germania e Svezia sono gli unici Paesi in cui i progressi della giurisdizione internazionale avanzano, procedono, migliorano: chi ha violato la legge, anche fuori dai loro confini nazionali, verrà punito. «La Svezia non è un paradiso per criminali di guerra. In Svezia c’è il dovere internazionale di perseguire questi crimini» ha detto l’avvocato accusatore di Abdullah, Henrik Attorps. Quando i giudici hanno emesso la sentenza, ribadendo che quel post sui social non costituiva una prova per la responsabilità dell’uccisione di quelle persone, Attorps ha riaperto il caso formalizzando un’altra accusa di crimini di guerra ed ha imputato all’ex soldato la «violazione della dignità umana».

Per quello che è successo in Siria e in Iraq negli ultimi sei anni adesso ci sono altri 13 casi in attesa di giudizio nel paese scandinavo, mentre 17 sono sotto investigazione in Germania. Se la legislazione svedese prevede che si proceda al processo solo se sospetto, vittima o testimone siano sul suo territorio nazionale, la Germania non richiede un legame nazionale con il caso legale analizzato. Poi c’è un altro problema, un altro ostacolo lungo la strada delle famiglie delle vittime che chiedono giustizia da lontano, distanti dalla patria dove hanno perso casa, destino, amici, famiglia, parenti. Per le ultime policy dei social network, immagini, video, frasi, usate dai criminali di guerra, – materiale che potrebbe costituire una prova in tribunale -, adesso vengono rimosse o eliminate automaticamente dagli algoritmi dei social. Di queste foto, video, frasi, testimonianze di atrocità brutali, ce ne sono a migliaia incastrate nel web, da quando tutto è cominciato nel 2011. Eliminarle vuol dire distruggere materiale probatorio necessario, da usare davanti alla corte, in questi processi che qualche avvocato coraggioso, insieme ad attivisti ancor più coraggiosi, sta portando avanti. Proprio come è successo nel primo caso svedese, quello di Abdullah.

L’ex soldato della foto, quando è stato interrogato dalla Corte, ha risposto che è stato costretto a posare su quei corpi dal suo comandante, che quelli ammassati erano cadaveri di miliziani dello Stato Islamico e non civili. Ha affermato di essere un dottore, di non aver mai avuto un’arma. Ma sono stati sempre i social network a smentirlo. Quando Abdullah ha chiesto asilo nel 2015, gli attivisti siriani lo hanno subito individuato e segnalato al Migration Board come membro dell’esercito di Assad. Per dimostrarlo, però, ci sono voluti due anni, due lunghi anni, «c’è voluto tempo, per le prove , per convincere le autorità che andasse arrestato».

Anche Rami Hamido dalla Siria è arrivato in Svezia proprio come quel soldato, da rifugiato, ed ha aiutato a costruire il caso, indagare e portare a termine il processo. Hamido, fondatore della Syrian al Kawakibi Organization for Human Rights, fino alla fine del processo, ha sopportato lunghi silenzi, minacce di morte e la sensazione «che il regime di Assad potesse raggiungermi anche in Svezia». Molti combattenti dello Stato Islamico e dei gruppi ribelli siriani sono stati già processati e puniti, ma tutto questo nel tempo rafforza solo l’idea che i crimini siano stati commessi da una parte sola.

Da Halmstad, dove ora abita, un paio d’ore a sud della capitale, Hamido è arrivato a Stoccolma per sentire la sentenza emessa dalle toghe scandinave con le sue orecchie. Alla fine ai giudici ha detto: “grazie per la giustizia”. È una parola che i siriani hanno sempre in mente, ma pronunciano raramente ad alta voce. Non è stato facile arrivare fino all’ultima udienza, la conclusione di sforzi condivisi per arrivare a processare per la prima volta un membro dell’esercito di Assad. Questo ultimo passo per Hamido «è stato un lungo giorno. Ma non c’è pace senza giustizia e non c’è giustizia senza responsabilità».

Per il messaggio di Google antiterrorismo qui.

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