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Avevo cinque anni quando Che Guevara fu ucciso. Non ricordo di aver sentito la notizia della sua triste fine. Il mio primo ricordo di Guevara aveva a che fare con la voce narrante fuori campo nella registrazione originale di Evita. Mio zio aveva comprato l’Lp negli Stati Uniti e lo aveva portato furtivamente a Buenos Aires alla fine degli anni settanta. Allora la giunta militare aveva potere di vita e di morte, e ascoltare Evita per molti versi rappresentava un atto di ribellione. Naturalmente era una ben strana ribellione quella legata a Broadway. Il mio Che cantava… e cantava in inglese! Negli anni, quello che imparai su Guevara lo appresi dalle notizie che avevo a disposizione. Vedevo i poster che lo raffiguravano. Ho visto il film Motorcycle Diaries e quello biografico di Steven Soderbergh, Che. Ho notato il suo viso impresso sulla pelle di Diego Maradona. (E di recente, una frase a lui attribuita Hasta la victoria, siempre! tatuata sulla schiena di Pipita Higuain, appena sopra il sedere). Ho ammirato le foto di Guevara scattate da Korda, ma quelle che più hanno attirato la mia attenzione sono state le ultime, quelle scattate da Marc Hutten: lo mostrano da morto nell’ospedale a Vallegrande. Il suo viso emana una calma soprannaturale; riluce. Persino da morto, appare più umano del mucchio di iene che gli sta intorno.

Il mio accostamento a lui più profondo è stata la lettura della biografia monumentale, scritta da Jon Lee Anderson. È lì che ho scoperto l’uomo per la prima volta. Quello che più mi ha scosso sono stati i particolari che mostravano una precoce consapevolezza del suo destino. Per esempio, il suo amore per una poesia di Nazim Hikmet, che recitava: I’ll only carry with me to my grave the sorrow of an unfinished song (Nella tomba porterò con me solo il dolore di una canzone non finita). Oppure una poesia che Guevara stesso scrisse nel 1947, quando aveva solo diciannove anni ed era segnato da frequenti attacchi di asma: Bullets, what can bullets do to me / When my fate is to be drowned. But I am / Going to overcome my destiny. / Destiny can be / Reached through pure willpower. / To die, yes, but riddled with / Bullets, torn by bayonets… No, not drowned.

Mi colpisce ancora il suo viso che spunta qua e là. Ogni giorno, nei miei spostamenti in autobus, vedo il suo ritratto di Korda dipinto sull’ingresso di qualche casa. Negli uffici della radio dove lavoro sono appese alle pareti due fotografie del Comandante. Ma è tutto qua. Guevara sembra essere una reliquia del passato che si allontana sempre più, giorno dopo giorno. Persino alla radio è in minoranza: i ritratti di Peròn ed Eva sono di più. E si vedono in giro più ritratti di Fidel. E anche lui è datato come una icona pop. In pochissimi, e nessuno di questi è giovane, chiedono un tatuaggio del suo volto. La prima spiegazione è ovvia. Guevara è stato, per sua scelta, un guerriero. Ed è stato pesantemente sconfitto sul campo di battaglia, al pari dell’intera esperienza della sinistra in Sud America durante gli spaventosi anni 70. Le cicatrici non sono rimarginate; e molte ferite sono ancora aperte, anzi peggiorano, nonostante siano passati tanti anni. Le nazioni latinoamericane hanno impiegato molto tempo per assorbire quei colpi e respingere molte delle politiche di destra che ne seguirono. La lezione più importante che sembra abbiamo imparato è stata: La violenza non è un’ipotesi in campo popolare. L’unico modo positivo di progredire è attraverso la politica. Questo concetto spiega perché…

L’articolo di Marcelo Figueras prosegue su Left in edicola


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