Di formazione medica, Osvaldo Peredo insieme ai quattro fratelli si unì all’Esercito di liberazione nazionale fondato da Ernesto Guevara de la Serna in Bolivia, con il nome di battaglia “Chato”. Lo abbiamo incontrato durante il suo viaggio in Italia in occasione dei 50 anni dall’assassinio del Che. Ecco cosa ci ha raccontato

Il dottor Osvaldo Peredo è il più giovane di cinque fratelli che in Bolivia a metà anni 60 hanno fondato il Partito comunista boliviano e sono stati leader del movimento guerrigliero locale che si unì a Guerrilla Ñancahuazú di Ernesto Che Guevara, noto come l’Esercito di liberazione nazionale (Eln). Dopo aver ricevuto una formazione medica di base, Peredo lasciò la professione e si è unì all’Eln con il nome di battaglia “Chato”. Tuttavia, a causa della necessità di servizi medici, andò a frequentare l’università “Patrice Lumumba” di Mosca per specializzarsi. Era il 1964. Al suo ritorno in Bolivia è diventato uno dei dirigenti del movimento e dopo l’assassinio di Guevara (9 ottobre 1967) fu tra i pochi sopravvissuti che riuscirono a fuggire in Cile (1970) dopo un ulteriore tentativo di riorganizzare la guerriglia. Due dei suoi fratelli non ce la fecero. Roberto detto “Coco” faceva parte dell’avanguardia del gruppo del Che in Bolivia. Cadde in un’imboscata vicino a La Higuera (dove poi fu assassinato Guevara) il 26 settembre del 1967. Guido Álvaro detto “Inti”, scampato alla stessa sorte, ricostituì l’Eln con un gruppo di militanti che si erano allontanati dal Partito comunista di Bolivia «per fare la rivoluzione». Fu ucciso a La Paz due anni dopo, il 9 settembre 1969. «Inti come capo dell’Eln evitava in tutti i modi che fossimo insieme, salvo il tempo indispensabile per la realizzazione dei compiti assegnati» racconta Osvaldo Peredo a Left. «Entrambi, come del resto il Che, eravamo consapevoli dei rischi. Così andava la guerra rivoluzionaria a quei tempi». Nel 1997 Peredo è entrato a far parte del Movimento per il socialismo e ha lavorato attivamente per l’elezione di Evo Morales. Successivamente è stato eletto come consigliere comunale a Santa Cruz de la Sierra.

Come ha conosciuto il Che?

La prima volta l’ho incontrato in Spagna. Ero in vacanza a Madrid e casualmente ho fatto amicizia con un fotografo. A un certo punto mi chiese se sapevo chi fosse Che Guevara? E io ho risposi “ovviamente sì”. Era il 1964 o 1965. Mi disse che Guevara si trovava a Madrid di passaggio verso l’Algeria dove avrebbe partecipato a una conferenza internazionale, e che lui doveva fotografarlo per un giornale. Lo accompagnai intrufolandomi nella folla facendo finta di essere anche io un fotografo. Ricordo che il Che si era tolto gli stivali. Fu la prima volta che lo vidi. In seguito lo incontrai ancora a Mosca quando tenne due lezioni per studenti, sopratutto latinoamericani, nella università “Lumumba” dove studiavo medicina. E poi, sempre a Mosca dove sono rimasto 6 anni, durante la sfilata del giorno della Vittoria, al mausoleo di Lenin, insieme a Chruščëv.

Perché vi uniste al Che quando arrivò in Bolivia?

Quella cubana è stata una rivoluzione nella rivoluzione. Fino ad allora, la discussione dentro la sinistra era stata tra chi era favore della Cina e chi invece guardava all’Urss. Il trionfo della rivoluzione cubana fu un incentivo a intraprendere la lotta armata per liberarsi dall’oppressione imperialista. Credo che su questo…

L’intervista a Osvaldo “Chato” Peredo prosegue su Left in edicola


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