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Erano solo nove, quei ragazzi, avevano solo 14 e 15 anni e l’America aveva problemi con il colore della loro pelle. Specialmente allora e specialmente nell’Arkansas del 1957, quando per la prima volta degli studenti neri decisero di iscriversi in una scuola all white, solo per bianchi. Un ottobre di 60 anni fa cominciarono il loro primo mese di istruzione superiore nella scuola di Little Rock.

Minnijean Brown Trickey aveva 15 anni e non sapeva forse di star compiendo un atto politico che avrebbe cambiato la storia del suo Paese, varcando le soglie di quell’istituto, un’enclave scolastica pallida, dove lei sarebbe diventata la prima afroamericana a sedersi tra i banchi della Central High School. «Eravamo teenage-esque, ragionavano da teenager, eravamo naive, perché ci preoccupavamo solo delle scarpe da comprare, da indossare, perché non c’erano i bus per arrivare fino a lì. Era il 25 settembre».

Tre anni prima la Corte Suprema, con l’atto Brown and Board education, aveva dichiarato le scuole segregazioniste non costituzionali: la legge era dalla loro parte ma non i cittadini dell’Arkansas. Di fronte all’edificio era stato appeso il fantoccio di un uomo di colore impiccato ad un albero per spaventarli e farli tornare indietro. Ad incontrare i nove il primo giorno di scuola, il 25 settembre 1957, c’erano le bandiere dei sudisti, le loro croci, le loro urla e i loro cappucci bianchi. Lo stesso governatore dello Stato, Orval Faubus, tentò di bloccare il loro ingresso, dispiegò la Guardia Nazionale e ci riuscì.

La crisi in Arkansas diventò grossa, così grossa che arrivò a Washington, così tanto grossa che arrivò alla Casa Bianca, quella del presidente Dwight Eisenhower, che spedì la 101esima divisione dell’aviazione dell’esercito a tutelarli. Furono tre le settimane di attesa. Arrivò l’ottobre 1957. Nella scuola di Little Rock c’erano 1900 studenti bianchi e solo 9 neri: 1900 dentro, 9 fuori dalle aule. Ma dietro, alle loro spalle, nel mese successivo, quando i nove tentarono il secondo ingresso, avevano 1200 soldati americani a difenderli dalla folla bianca, mentre salivano i gradini verso le aule. Così ad uno ad uno, quelli che diventarono leggenda, furono scortati a scuola e da allora e per sempre furono i Little Rock Nine.

Il Manchester Guardian, il quotidiano locale, quei giorni titolava: Negroes escorted into school, negri scortati a scuola, e parlava di due bianchi feriti negli scontri che seguirono. Quello che nessun giornalista riportò quotidianamente fu che le truppe rimasero lì per un anno, per le “nove piccole rocce”, quando ogni giorno i nove assorbivano odio. Sputi e schifo. Trickey pensava: è un mio diritto, I’ll go back no matter what. Andrò a scuola ogni giorno, ad ogni costo. Lei fu l’unica espulsa per essersi opposta agli aggressori, finì il liceo a New York, in affido a due psicologi sociali.

La piccola Trickey di allora, a cui urlavano: “go back to Africa”, tornatene in Africa, dice adesso, a 76 anni, non più 15: «Come ogni americana, anche in una società segregazionista, cantavo l’inno, mi nascondevo dai russi, perché il lavaggio del cervello funzionava bene. Pensavo queste persone mi odiano. Vogliono uccidermi. I’m nobody, I’ve never been hated. Non sono nessuno non sono mai stata odiata».

Sessant’anni dopo sono tornati – in otto – a rivedere quel posto, Little Rock, per parlare della resegregation, quella del 2017, che negli ultimi 25 anni è aumentata, dividendo le scuole americane sempre più spesso in all white e all black. Perché la storia, più di mezzo secolo dopo, si attorciglia e ricomincia. Come un cerchio che si credeva spezzato e che prima o poi dovrà chiudersi. Sono diventati uomini e donne, otto ancora vivi: Jefferson ha combattuto in Vietnam. Beals è un giornalista, Elizabeth è un soldato, Ernest lavorò per Jimmy Carter, Gloria per l’agenzia aereospaziale e vive in Olanda. Terrence è uno psicologo, Thelma un’insegnante e si è trasferita di nuovo a Little Rock. Lavora con i piccoli trasgressori, ragazzi colpevoli di piccoli crimini e senzatetto. Quando tornano in quella scuola, dicono che è come essere teenagers again.

Rispetto agli asiatici e i ragazzi della classe media bianca, oggi i minorenni neri vivono molto peggio dei loro coetanei. Dopo il picco di de-segregazione nel 1988, la divisione razziale tra i banchi di scuola è tornata. Oggi il Civil Rights project dell’Ucla dice che la segregazione nel 2017 in America è doppia, funziona per colore della pelle e povertà, ne soffrono solo latinos e afroamericani.

«Stop the race mixing. Race mixing, il mescolamento delle razze, è comunismo» dicevano i cartelli nel 1957. «Integrazione è un crimine, abominio contro dio, un peccato». Sono le stesse parole di oggi, soprattutto dopo l’elezione di Trump, nelle marce dei neonazisti. Trickey però sorride e non è preoccupata: «ci sono young people, giovani di oggi, like the Little Rock Nine, come i nove di Little Rock, who are gonna keep going, che continueranno ad andare avanti».

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