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Il presidente Usa, emulando Bush, addita il Paese governato da Rouhani come «Stato canaglia». Inventando un apparato di accuse per giustificare una drastica rottura degli accordi. Ecco perché sono infondate e cosa nascondono

George Orwell scriveva che «il linguaggio politico è stato progettato per fare sembrare le bugie veritiere» e «per dare una parvenza di solidità al vento puro», in una complessa miscela di “eufemismo”, “cose date per scontate” e “vaghezza”. La retorica anti-Iran (Deal) del presidente statunitense Donald Trump corrisponde spesso all’istantanea scattata dallo scrittore britannico nel 1946. Proviamo a ricostruire (per poi destrutturare) i meccanismi di costituzione dei fatti secondo l’inquilino della Casa Bianca, proprio attraverso le sue stesse parole.

È il 6 ottobre, accogliendo a cena i vertici militari americani, Trump parla di «calma prima della tempesta». Resta criptico, non menziona esplicitamente Teheran. La stessa sera aggiunge: «Teheran non rispetta lo spirito» dell’accordo sul nucleare. Si riferisce al cosiddetto Iran Deal, l’intesa firmata il 14 luglio 2015 tra i Paesi del gruppo 5+1 (Usa, Russia, Francia, Cina, Gran Bretagna, più la Germania), l’Ue e l’Iran per la sospensione delle sanzioni imposte da Unione europea e Nazioni unite contro il programma della Repubblica islamica. Poi il presidente Trump continua, alimentando una narrazione dell’urgenza di fronte a una minaccia percepita: «Non dobbiamo consentire all’Iran di ottenere le armi nucleari». E ancora, traccia il profilo del nemico, spostando l’attenzione dall’oggetto della questione – l’accordo sul nucleare – al coinvolgimento militare iraniano rispetto alla sicurezza regionale: «Il regime iraniano sostiene il terrorismo ed esporta violenza, spargimenti di sangue e caos nel Medio Oriente. Quindi – continua nel suo ragionamento – l’Iran non …»….

Testo di Stella Morgana, foto di Nicola Zolin

 

L’articolo di Stella Morgana e il reportage fotografico di Nicola Zolin proseguono su Left in edicola


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