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Produttore. Predatore. Paria. È il titolo di una storia (non solo) americana. In Italia si criminalizza la vittima, in America si stanno chiedendo chi è lo stupratore seriale. E lo stanno facendo ascoltando le donne che da lui sono state abusate negli ultimi trent’anni.

Come si risolve un problema come Harvey Weinstein? Se lo chiede il magazine Time. «Il concetto di casting couch, ovvero il casting sul divano, è vecchio come la stessa Hollywood e come il suo codice tacito di silenzi. Le attrici che hanno scelto di non parlare per anni avevano paura di perdere le parti nei film. Quando sei un coniglio preso in una gabbia di leoni, claudicare è l’unico modo di sopravvivere. In un mondo migliore di quello in cui viviamo – fatto di carriere incardinate su compiacenza sessuale sotto le mani di bulli potenti – basterebbe farsi avanti e parlare». Invece, il risultato di chi rompe il silenzio è il rischio di perdere la professione, essere chiamata «whiner, piagnona, perché non sa come play the game, giocare quel gioco».

«Ma cosa vuol dire, il suo downfall, la sua caduta per gli altri predatori? Dopo aver agito per anni impunemente, come uno degli uomini più più potenti del mondo dello spettacolo, Weinstein ha scatenato un’inondazione di accuse, la cui parte maggiore deve ancora venire alla luce. Il potere era il suo afrodisiaco. Il potere era il senso, il motivo e il cover up. L’insabbiamento. E il potere è esattamente ciò che ha perduto». La somma, in totale, in America, per i sexual harrassment, per gli assalti sessuali, nel 2016, richiesta fuori contenzioso dopo le denunce, è stata di oltre 40 milioni di dollari.

Le voci sugli stupri commessi da Bill Cosby, per esempio, sono andate avanti per anni, ma nessuna prova gli rimaneva appiccicata addosso. «Cosby non ha pagato nessuna conseguenza legale per quello che ha fatto, ma è un paria sociale». A luglio 2016 in America è scoppiato uno scandalo del genere contro Rogr Ailes, in scala minore. Ad ottobre dello stesso anno il Washington Post ha pubblicato un video in cui Donald Trump si vantava di aver afferrato genitali femminili. In questo mondo di paure e ricatti «l’uomo con il potere non perde niente. Se succede qualcosa, lui diventa solo più potente. Quel codice di silenzio ha protetto Harvey Weinstein per un tempo infinitamente immemorabile».

E adesso le voci che si alzano. Sentendo il suo nome Angelina Jolie parla «di una cattiva esperienza con lui nella sua giovinezza». All’attrice Tomi Ann Roberts, Weinstein ha chiesto di spogliarsi nel 1984. A Emma de Caunes nel 2010 e anche di stendersi sul suo letto. Ambra Gutierrez ha detto di essere stata molestata da lui nel 2015. Ad Ashley Judd, Weinstein ha chiesto di massaggiarlo e guardarlo fare la doccia nel 1990. A Laura Madden la stessa proposta di massaggi è arrivata nel 1991. Un anno prima Weinstein aveva detto a Rosanne Arquette di fargli un massaggio al pene e così aveva fatto anche con Gwyneth Paltrow. Nel 1995 Weinstein dice a Liza Campell di fare un bagno e nello stesso anno prova a farlo con Mira Sorvino. Sempre in albergo. A Lucia Evans ha imposto un rapporto sessuale orale contro il suo consenso nel 2004, come aveva fatto con Asia Argento nel 1997. Rose McGowan ha ricevuto 100mila dollari per un patteggiamento dopo “un incidente” in una stanza d’albergo nel 1997. Un altro settlement legale Weinstein lo concede a Zelda Perkins nel 1998, sempre per qualcosa che è accaduto in una camera d’hotel. Si è masturbato davanti a Lauren Silvan nel 2007, nel 2014 a Emily Nestor ha offerto di migliorare la sua carriera diventando la sua ragazza.

Quando lo scandalo è scoppiato e ha dovuto rispondere ai giornalisti, le prime parole di Weinstein sono state queste: «I just didn’t know any better, this is just how we did things in the old days». Non sapevo fare di meglio, è solo come facevamo le cose ai vecchi tempi.

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