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La premier neozelandese Jacinda Ardern ha stretto la mano al deputato populista Wiston Peters, con cui ha stipulato un accordo. Prima di oggi le ripetevano quotidianamente che era impossibile vincere: non solo per lei, ma per il suo intero partito, quello laburista. Prima di candidarsi alla guida della Nuova Zelanda, la Ardern ha rifiutato sette volte le proposte per correre alle elezioni. Quelle che ha poi vinto scatenando la “Jacindamania”.

In coalizione con il partito dei Verdi, la nuova leader renderà i kiwis, – i cittadini della Nuova Zelanda-, un popolo libero dalle due paure inconfessate che attanagliano il Paese da decenni: l’estrema povertà infantile e l’ineguaglianza finanziaria. Perché una democrazia senza equità è nulla, secondo la terza leader donna a capo del Paese, che, fino a poche settimane fa, era all’opposizione, in un partito che rischiava di essere dimenticato per sempre.

Jacinda dagli occhi azzurri ha fatto della determinazione e della semplicità una strategia da quando a 17 anni è entrata in politica. Solo tre mesi fa diceva che si sarebbe messa «a capo dei Labour solo se tutto il caucus del partito si fosse polverizzato all’improvviso» e lei sarebbe stata scelta come “sopravvissuto designato”. Invece oggi 24 ottobre comincia la sua rivoluzione.

Jacinda promette uguaglianza economica alla popolazione, ma pretende responsabilità ambientale dai cittadini, perché entro il 2050 il loro Stato deve diventare ad emissioni zero, grazie alla commissione climatica che sta per creare. Ha vinto così, promettendo battaglia a povertà, cambiamento climatico, al fine di favorire “rigenerazione regionale”. «La nostra priorità – ha dichiarato – è dare una casa decente a tutti, ripristinare il sistema sanitario, pulire i nostri fiumi. Tutti i nostri sforzi saranno compiuti per ridurre l’ineguaglianza».

Più trasporti pubblici, meno auto. Più investimenti alternativi, meno sfruttamento. Non ha solo belle parole, ma anche numeri nel suo programma di governo: venti dollari neozelandesi sarà il minimo garantito all’ora per chi verrà assunto. La riforma salariale è stata la prima cosa di cui ha scelto di occuparsi. Basta povertà. Basta case popolari in decadenza. Invece avanti verso il salario garantito e un’istruzione gratuita.

Quando i neozelandesi hanno scelto di fidarsi di lei, hanno dimostrato di saper non arroccarsi, non chiudersi in se stessi. Hanno rischiato puntando su quella che è diventata la leader più giovane degli ultimi 150 anni della loro storia. Che prima di essere il Capo dello Stato, era una dj. Che ha abbandonato la sua famiglia d’origine, perché religiosa e mormona. Che vive con un fidanzato surfista e un gatto. Che ha scelto di rispondere così ad un intervistatore che la provocava sulla questione dell’orologio biologico femminile, perché lei non ha figli: «è scandaloso che lei porga queste domande sessiste, nel 2017 le donne non sono più obbligate a rispondere a questa domanda. Né io, né alcuna donna sul suo luogo di lavoro».

Non arretra mai, non teme le stigmate della cattiva stampa, soprattutto quella americana, che la trova indigeribile e radicale. Per i modi bruschi, il Washington Post la paragona a Trump. In un mondo che procede seguendo dinamiche nebulose, lei marcia sempre più a sinistra lungo un percorso che ha reso chiaro a tutti. E a chi non piace la sua tabella di marcia, Jacinda indica la via d’uscita dal governo. Piace al canadese Trudeau, ma soprattutto a Bernie Sanders e Jeremy Corbyn, che le ha detto: «Jacinda, fallo per tutti noi, do it for us all». Noi, the many. E lei gli ha risposto «ok Jeremy, non mi dispiace fare la portabandiera dei progressisti del mondo».

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