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Più di 56 anni dopo, un report di 63 pagine in arrivo dall’Africa riapre il caso: il segretario generale delle Nazioni Unite, Dag Hammarskjold, morto insieme ad altre 15 persone nel 1961, forse non è stato semplicemente vittima di un incidente aereo. Fino ad oggi la cronaca storica è stata una verità incompleta. Il suo aereo è caduto perché doveva cadere, proprio durante una missione epocale per guarire una delle piaghe belliche d’Africa, da cui l’Occidente traeva vantaggio.

La forza della verità si propaga nel tempo, anche se oggi nessuno vuole più ascoltarla o interessa ancora a pochi. Non è una teoria, almeno non più solo questo. L’aereo del diplomatico doveva cadere. Lo attesta ora anche l’indagine verbalizzata dal giudice Mohamed Chande Othman, eminente giurista tanzaniano, in seguito al ritrovamento di evidenze e prove che hanno dato peso a quelli che per decenni sono rimasti solo sospetti e adesso sono un’inchiesta in corso. Dag Hammarskjold può essere stato assassinato. È stata “minaccia”, è stata “una minaccia esterna”: viene ribadito con più sinonimi dello stesso concetto in tutto il dossier, che ricorda ad ogni frase che Dag Hammarskjold è stato ucciso proprio durante un momento chiave della storia africana, mentre imperversava la lotta coloniale, – supportata dal Vecchio Continente – , contro quella per l’indipendenza, – per il continente africano che voleva essere Nuovo.

L’aereo DC-6 cadde nel territorio che ora appartiene all’attuale Zambia, nella notte tra il 17 e il 18 settembre 1961 e per il giudice Othman «può essere stato deliberatamente abbattuto», da quello che scrive essere “un attacco esterno”. Oppure è caduto per una distrazione che ha «indotto i piloti a concentrare l’attenzione su una questione critica per una manciata di secondi, durante la fase di atterraggio». Lungo una rotta già precauzionale, perché si temeva per la sicurezza del diplomatico sul velivolo nominato SE-BDY, quella “distrazione” del pilota che si approcciava ad atterrare in Ndola, non è stata un calcolo sbagliato d’altitudine. Possono essere apparsi davanti ai suoi occhi degli aerei dei secessionisti, o aerei guidati da mercenari. All’epoca i secessionisti del Katanga utilizzavano aerei francesi, i Fouga Magister. I separatisti del Katanga erano supportati dai politici occidentali e dagli imprenditori minerari europei e non avevano alcun interesse nel veder finire il conflitto che invece Dag Hammarskjold voleva terminasse subito.

«C’è una rilevante quantità di prove riportate dai testimoni adesso, quella notte c’era più di un aereo in volo, gli altri mezzi aerei potrebbero essere stati dei jet, avrebbero potuto colpire il SE-BDY, che potrebbe essere andato a fuoco prima di distruggersi nell’incidente», scrive il giudice. L’uomo chiave dell’Onu, la cui morte rimane una ferita aperta nella storia delle Nazioni Unite e un mistero del XX secolo per il resto del mondo, stava andando proprio lì, in Ndola. All’epoca era Rhodesia del Nord, erano in corso le negoziazioni per la fine della guerra civile e della secessione per la provincia congolese di Katanga, una miniera a cielo aperto di materiali nobili.

Sangue e diamanti. E un aereo caduto. Solo negli ultimi anni anche luce e scavi: non sotto terra per cercare oro, ma nei documenti e nelle testimonianze per cercare la verità, tra i depistaggi delle intelligence straniere e dei governi di alcuni Paesi. In particolare quelli di Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Belgio, una costellazione europea che aveva interessi nella vecchia colonia del Congo. In quel momento storico il Congo, raggiunta l’indipendenza dal Belgio, vedeva ancora britannici e portoghesi prevalere a sud. La secessione della provincia di Katanga fu infuocata da traffici di armi ed interessi coloniali delle potenze occidentali in quella che tutti sapevano essere una battaglia sanguinosa che avrebbe influenzato tutto il futuro d’Africa. Non era negli interessi dei secessionisti che Dag Hammarskjold arrivasse a destinazione. È al giudice tanzaniano che tocca ricordare più di mezzo secolo dopo che quella era un’epoca in cui le forze nere dei ribelli si confondevano con quelle dei mercenari bianchi contro i soldati delle Nazioni Unite.

Le foto di quell’incidente sono in bianco e nero. Tutto sembra ancora cenere oggi, nel 2017. Ma c’è qualcosa di nuovo, a colori, «nuove, valide informazioni», riferisce il giurista Othman. Ora “il fardello delle prove” grava sui membri delle Nazioni Unite, «dovranno dimostrare di aver compiuto tutte le investigazioni necessarie, archiviato bene le prove, le testimonianze, anche quelle che ora potrebbero essere diventate informazioni potenzialmente rilevanti».

Si, sono emerse nuove prove. Ma no, queste prove sono insufficienti per trarre una conclusione, ha detto Antonio Guterres, attuale Segretario Generale delle Nazioni Unite. La forza della verità si propaga nel tempo, emerge dalle macerie, più di mezzo secolo dopo, anche quando non vuole ascoltarla chi più degli altri dovrebbe star scavando per trovarla.

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