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Da anni alcuni studiosi, tra cui Anna Maria Rivera, Federico Faloppa, Marcello Maneri, lavorano per analizzare il dilagare in Italia di un  razzismo banale, con responsabilità di media e  politici; in alcune congiunture, come quella che stiamo vivendo, questa lotta sembra impari. Il termine “banale” è associato a mediocrità, insignificanza, convenzionalità; ma la riflessione pedagogica, a partire dal tentativo di costruire macchine “non banali”, ha spostato l’accento sulla “prevedibilità”. Una lavatrice che riceve un comando e si mette in moto secondo un programma prestabilito è banale; un calcolatore che rielabora dati al di là delle istruzioni che gli abbiamo fornito è una macchina non banale. Non sono macchine i bambini. Prima di andare a scuola, se chiediamo loro qualcosa pensano prima di rispondere. Poi vanno a scuola, e si abituano a ricevere domande su cui non bisogna pensare, quanto indovinare quale tra le tante risposte è quella che ha in mente l’insegnante. Da von Foerster in poi, questo tipo di istruzione si chiama banalizzazione.

Così è delle parole che la formazione discorsiva “immigrazione” oggi fa circolare nel discorso pubblico. Scatta qui una terza accezione del termine “banale”, quella etimologica. Nell’antico francese “ban”, di origine germanica, era il proclama del padrone feudale del villaggio; e perciò “banale” passò a indicare un’abitudine comune a tutto il villaggio. Così la storia di questa parola lega insieme prevedibilità, mediocrità e acquiescenza alla voce del padrone. Questi ingredienti esimono dal pensare, dall’essere responsabili, dal dare un senso al proprio discorso e perciò alla propria esistenza. In cambio, promettono l’accordo con i più, e soprattutto con chi è potente. “Lo dicono tutti che…” viene rilanciato e rafforzato da “come dice Lui…”. Si rivendica la naturalità e la facilità dell’epiteto razzista, dello stigma inferiorizzante. Ci sono processi di impoverimento linguistico e concettuale ben più reali di quelli che una pubblicistica rigogliosa e incompetente addossa agli adolescenti. Chi esibisce buoni studi vigila sull’uso del congiuntivo ed è pronto a bacchettare l’uso di “gli” come dativo plurale; ma cede alla banalità del discorso pubblico, e accanto all’uso snobistico e demenziale di “piuttosto che” lascia dire o ripete “badante”, “extracomunitario” (magari per un romeno), zingaro. Molti sono i segni di un pervertimento delle responsabilità, anche linguistiche, dei colti. Il che inquina gli strumenti più elementari di analisi e riflessione sui fenomeni sociali. Si parla anche in luoghi che dovrebbero essere qualificati in maniera sempre più approssimativa, immemori dell’avvertimento acutissimo di Italo Calvino, pochi decenni fa: il diavolo è l’approssimativo. E si fa strada una convinzione fallace, ma pronunciata senza nessun impegno argomentativo. Si dice che si parla così perché è facile, e ci si capisce. Sarebbe facile dire badante, chiamare alfabetizzazione i corsi di lingua per gli immigrati e i loro figli, che di solito di alfabeti ne conoscono più di noi. Facile sarebbe dire extracomunitario, clandestino, negro. Facile, e più vicino al naturale. Sembra artificiale dire che si è stati interpellati da una signora, se viene da fuori: meglio, e immediatamente comprensibile, filippina, nigeriana, ucraina. O magari sguattera del Guatemala.

Come naturale sembrava a molti, pochi decenni fa, dire: la mia serva, oppure: quella svergognata. Non è così. Per giungere a pratiche di così crudele inferiorizzazione e alla cancellazione di caratteri umani nel prossimo, è stato compiuto un enorme lavoro, che ora viene occultato da chi rappresenta come “naturale” ciò che invece è risultato, e come autenticità ciò che invece è acquiescenza, complicità, cedimento per viltà, interesse, pervertito senso del sé. Va riconosciuto: è stato difficile, costruire questi dispositivi di deumanizzazione dell’immigrato e del richiedente asilo, che rivelano quanto avanzata sia la disumanità di chi ci ha lavorato, e di chi gli va dietro. La maggior parte di questo lavoro è stato compiuto dai media e dai politici.

Quando si è rivelato del tutto privo di pezze d’appoggio statistiche l’allarme sulla microcriminalità, con i suoi picchi in occasione delle elezioni, i documenti del ministero degli Interni si sono inventati, nel 2007 (ministro: Amato) la bella trovata, di origine dotta, ma distorta e essa in caricatura, sul fatto che la paura e l’insicurezza sono dovute non alla criminalità, ma alla “criminalità percepita”. Tale etichetta percorre, come un filo rosso, il discorso pubblico sulla sicurezza e sull’immigrazione degli ultimi dieci anni, e si ritrova nei discorsi dell’ultimo ministro. Chi riporta pari pari questa bella trovata non si chiede se una percezione distorta della realtà non dipenda da una rappresentazione del reale, e quali siano i canali che mettono in circolo tale rappresentazione: chi pesa di più sulla rappresentazione dell’immigrazione, se non politici, giornalisti, redattori che provvedono alla scelta di titoli e foto di corredo? Un altro leitmotiv che risale al ministero Amato, e che oggi ha una nuova fortuna presso giornalisti e politici, è il richiamo ai valori. È ridicolo richiamare chi arriva a valori presunti, come il rispetto della donna e delle istituzioni. Almeno dai tempi delle Rane di Aristofane, il vero scontro non è tra valori e novità di comportamenti disgregatrici, ma tra la nostalgia di un’immagine distorta e reazionaria della tradizione e l’argomentazione critica. Il richiamo a presunti valori serve solo a ripetere, tra di “noi”, quanto ci suggerisce chi governa: che “loro” quei valori non ce li hanno, “noi” sì. “Noi”, chi? Trent’anni fa un antropologo che disegna, Altan, aveva colto il ridicolo di tali richiami: un giornalista intervista al microfono un individuo vestito con copricapo e babbucce, e gli chiede: «Come si trova in Italia?». «Inserito», risponde l’altro, «son qua da soli tre mesi e già sento il distacco dalle istituzioni». Nel recente processo su Mafia capitale, rilevanti sono stati i casi di omertà in aula: tutto il contrario di comportamenti di alcuni “accolti”, come il marmista Medhi Dehnav, che è rimasto solo e poco protetto da numerosi pestaggi a denunciare le sopraffazioni criminali di un clan mafioso. Sarà bene non dare per scontato che “loro” devono aderire ai “nostri” valori: “nostri”, di chi?

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Giuseppe Faso è un insegnante, tra i fondatori della Rete antirazzista. Come  volontario si occupa dell’inserimento di bambini stranieri nelle scuole. È autore di libri sul tema del razzismo, tra cui Lessico del razzismo democratico. Le parole che escludono, DeriveApprodi, 2008. È tra gli autori di Cronache di ordinario razzismo, quarto libro bianco sul razzismo in Italia curato da Lunaria. L’edizione 2017 è uscita a distanza di tre anni dall’ultimo rapporto e sarà presentata  venerdì 27 ottobre, alle ore 18, nella sala B, in via Galvani 108 (Testaccio) Roma. Al dibattito intervengono Paola Andrisani di Lunaria, Sergio Bontempelli presidente Africa Insieme, Serena Chiodo di Lunaria, Giuseppe Faso dell’associazione Straniamenti, Grazia Naletto presidente Lunaria e l’antropologa Annamaria Rivera. Modera: Eleonora Camilli, giornalista del Redattore sociale.  Qui “Cronache di ordinario razzismo

L’articolo di Giuseppe Faso è tratto da Left in edicola fino al 27 ottobre


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