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Ancora una volta papa Francesco ha ribadito che il buon cristiano deve pagare le tasse. Dunque come cittadini italiani possiamo ben sperare che sia sanato il debito nei confronti del nostro fisco, contratto dai cosiddetti “alberghi religiosi” i quali, in virtù della promiscuità abitativo-confessionale, non pagano Imu, Tasi, Tarsi (e talvolta neanche Ires), con una evasione che nella sola Capitale è stimata in venti milioni di euro all’anno. Basterebbe che Jorge Mario Bergoglio, come gli andiamo chiedendo da tempo, emanasse un “motu proprio”, obbligando quelle strutture di proprietà del Vaticano a pagare le tasse italiane proprio come fanno o dovrebbero fare gli albergatori autoctoni. A tale scopo, sarà sufficiente che i chierici d’Oltretevere aprano il forziere dove conservano la tanta moneta ricevuta proprio dall’Italia, dai Patti Lateranensi del 1929 fino a oggi: un tesoro inestimabile, considerato che solo negli ultimi tempi l’esborso annuo del nostro Stato verso l’enclave vaticana supera i sei miliardi di euro. Se daranno a Cesare quel che è di Cesare, a loro rimarrà ancora una bella sommetta di quel che, a dirla tutta, apparterrebbe a dio.

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