Arkan Sharifi era un giornalista, un cameraman della Kurdistan tv, prima che otto uomini a volto coperto facessero irruzione a casa sua, per ucciderlo davanti a tutta la sua famiglia. Aveva 50 anni. Il suo corpo è stato mutilato e un coltello è stato ficcato nella sua bocca, una morte simbolica e crudele, per chi ha riportato ciò che non doveva, visto ciò che non volevano vedesse.

Era appena tornato nel suo paesino vicino Kirkuk, città del nord dell’Iraq ora sotto il controllo delle forze governative, dopo la disfatta curda. Lì era anche il capo degli insegnanti per i bambini del villaggio. Aveva appena finito una serie di reportage a Daquq. Arkan parlava e lavorava in turkmeno, lingua di suo padre e suo figlio, ma anche lingua dei suoi assalitori. L’ipotesi è quasi certezza. La faida tra curdi e turkmeni sciiti è cominciata ed è feroce a sud della città perduta. L’ombra del conflitto settario ed etnico si allunga, sempre più visibile, dopo la fine della guerra.

In Iraq sono stati uccisi 465 giornalisti negli ultimi 14 anni, ma questa è la storia di un cameraman morto per riportare gli eventi, in arrivo da un Iraq perduto. Da indagare, una morte in attesa di giustizia, mentre la falce della violenza si sta abbattendo sul Kurdistan iracheno e il focolaio nel cuore del Medio Oriente divampa in silenzio. Dopo il referendum per l’indipendenza, l’escalation di tensione ha reso giornalisti, politici attivisti curdi un bersaglio mobile. Dopo Arkan, altri due team di operatori televisivi sono stati attaccati ad Erbil.

I giornalisti stavano seguendo in diretta le dimissioni del presidente Masoud Barzani, lavoravano per due emittenti indipendenti, la Nrt, Nalia radio tv, e la Knn, Kurdish news network, legate al partito Gorran che si oppone al sistema bipartitico del Kurdistan. Gli uffici della Nrt, a 155 km da Erbil, a Duhok, stavano per essere bruciati dagli assalitori prima dell’intervento della polizia.

La Kurdistan tv invece è legata al Kdp, il partito curdo democratico, e aveva trasmesso, un giorno dopo l’altro, gli scontri in corso tra le forze curde dei Peshmerga e il Fronte di mobilitazione popolare nel nord dell’Iraq, accusato di uccisioni e rapimenti sommari. Un altro giornalista, della tv Pdk, legata sempre al Kdp, ha ripreso il suo attacco: «lavora per Rudaw, attaccalo, è affiliato a Barzani» dice l’uomo che urla contro il reporter in video.

E poi contro i curdi d’Iraq c’è Baghdad. Il governo centrale iracheno ha vietato di trasmettere alle due stazioni Rudaw Tv e Kurdistan 24, due canali satellite delle regioni che ora si trovano sotto il controllo del governo regionale. Le forze anti curde stanno tentando di drenare la perseveranza dei cittadini di Barzani, prosciugare le loro speranze e si spingono sempre più oltre, solo un mese dopo il referendum per l’indipendenza. Il responsabile del Comitato per la protezione dei giornalisti, Sherif Mansour, ha detto che «iracheni e curdi devono smetterla di usare i giornalisti come pedine per segnare i loro punti, la Commissione irachena per i media e le comunicazioni deve permettere di nuovo, in maniera immediata, alla Rudaw Tv e alla Kurdistan 24 di trasmettere». Invece l’ordine della Commissione per fermare le loro trasmissioni è stato dato il 28 ottobre senza essere revocato, emesso perché le tv «difettano di registrazione ufficiale, perché incitano alla violenza e all’odio, perché minano la pace e la sicurezza». Perduti i territori, sono andate perdute anche le voci che li raccontavano. Chi le ascoltava, non potrà più farlo.

«Perché loro avevano carri armati ed aeroplani e noi non avevamo nessuna possibilità», ha detto Aso Mamand, il leader di Kirkuk, descrivendo la caduta della città, che i curdi non sono riusciti a difendere semplicemente perché non avevano neppure le armi necessarie per farlo. Ora che sono fuori dal loro controllo le città conquistate dall’invasione americana del 2003, il sogno curdo si dissolve di nuovo, insieme a quello dei giornalisti che erano rimasti lì per raccontarlo.

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