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Guardiamoci intorno. La nostra società ci ha cullato nell’illusione che la felicità passi dall’acquisto di beni materiali innovativi e mutevoli. Siamo stati spinti a una continua rincorsa, ad essere sempre al passo con i tempi, le mode e alla esposizione social-mediatica dei nostri beni, finendo peraltro per alimentare un pericoloso meccanismo di solitudine sia in chi legge sia in chi posta, allontanando la comunicazione del sé reale. Sei quello che compri e mostri, non quello che sei, insomma. Da qui lo shopping compulsivo che finisce su prodotti di sempre minor qualità indossabili una sola volta, o su rate per il nuovo modello di smartphone o altro.
La tranquillità economica, relazioni personali e sociali soddisfacenti, una salute sicura, l’accesso a spazi di cultura, svago, viaggi sono ormai privilegi per pochi. L’equilibrio tra tempi di vita e di lavoro su cui il femminismo degli anni Settanta e Ottanta aveva molto lavorato non è più un tema di cui discute la politica.
È su questo mix che si è fondata la ricerca del benessere della classe media, in Italia come nel mondo occidentale. Ma oggi è in crisi. È qui che si misura la capacità della sinistra di interpretare il profondo disagio di tutto il 90 per cento meno ricco.

Le retribuzioni nette sono in discesa, le condizioni di lavoro sempre più precarie, la distinzione tra tempo di lavoro e tempo di svago sempre più grigia. I salari bassi costringono a cumulare lavoro dipendente, autonomo, consulenze. Il lavoro domenicale, festivo, serale e anche notturno sono divenuti la norma, ed appare naturale impiegare eventuali festività libere nello shopping. Gli stessi turni di lavoro vengono definiti, per l’esigenza del lavoro “on-demand”, senza programmazione, rendendo quasi impossibile pianificare per una coppia o una famiglia un’uscita culturale così come una vacanza. I nuovi servizi di platform economy di consegne a domicilio arrivano perfino a premiare i lavoratori con migliori recensioni con la possibilità di scegliere i turni per primi…
Siamo dinanzi alla cancellazione dei tempi certi di lavoro e del tempo liberato.

Oggi è urgente garantire il lavoro, Come? Abolendo il Jobs act, semplificando le modalità di assunzione e introducendo un salario minimo garantito. Ottenere migliori condizioni di lavoro in termini di scelta dei turni che non scarichino sui lavoratori i costi sociali delle flessibilità. Occorre creare il diritto ad “essere offline” senza l’obbligo di rispondere a messaggi o mail di lavoro, come hanno timidamente cercato di fare in Francia, prevedendo però sanzioni per le imprese che non rispettano queste pause. Limitare le aperture domenicali e festive garantendo almeno un giorno libero a settimana, mettere fuori legge il lavoro gratuito e non retribuito, da quello dell’alternanza scuola lavoro, a tirocini e stage gratuiti. Garantire un accesso reale alla sanità (a partire dalle liste di attesa per gli esami specialistici), ai trasporti, alla cultura, all’istruzione, con le risorse per il diritto allo studio. Per fare questo bisogna avere coraggio e tassare i grandi patrimoni.

Si tratta di redistribuire a chi lavora una parte più consistente dei profitti che le aziende fanno, per restituire dignità al lavoro che le politiche neoliberiste hanno cancellato. Per garantire maggiore benessere integrale a tutti noi. È questo per cui la sinistra è nata ed è questo che deve tornare a fare.

Alessia Petraglia è senatrice di Sinistra italiana

L’articolo della senatrice Petraglia è tratto da Left in edicola fino a venerdì 3 novembre


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