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Merita di essere visto non solo perché ricostruisce in maniera puntuale, lineare e compatta la storia dell’omicidio di Sara Di Pietrantonio, aprendo nuovi squarci di verità sul caso ma anche perché, a un occhio attento, svela le dinamiche che muovono i rapporti umani che finiscono con il tragico epilogo: la morte di Sara, strangolata e bruciata dall’ex fidanzato, Vincenzo Paduano.

Il docufilm Sara, scritto da Daniele Autieri, Stefano Pistolini e Giuseppe Scarpa e presentato al Festival del cinema di Roma, attraverso una serie di interviste inedite – oltre che alla mamma, Concetta Raccuia, e alle amiche intime di Sara, Martina e Chiara, anche ai poliziotti che hanno seguito il caso, all’avvocato di parte civile, Stefania Iasonna, e alla psichiatra, Barbara Pelletti – suggerisce una ricerca (della spiegazione) di quella disumanità che ha reso Paduano “un mostro”: così lui stesso si definisce durante un interrogatorio, senza, apparentemente, alcuna consapevolezza e, forse, a scopo manipolatorio. Ma la definizione calza a pieno: la visione del docufilm propone, nuda e cruda, la violenza della menzogna, della rappresentazione di sentimenti totalmente falsi e che vengono smascherati dalla rapidità con cui le indagini lo inchiodano alla verità, di fronte alla quale Paduano, semplicemente, tace.

E, sia pure tra le righe, il film apre uno spiraglio oltre quella spessa coltre di qualunquismo e negazione che annebbia e depista il pensiero comune verso l’inesistenza della malattia mentale, attribuendo l’esito del femminicidio a una questione meramente culturale. È un film che finisce per scuotere le coscienze, assopite e rassegnate a un’insita cattiveria dell’uomo, fornendo, attraverso le parole della psichiatra, alcune risposte forti e chiare che smentiscono l’inspiegabilità dell’efferato atto.

E il docufilm restituisce, anche attraverso il coraggio della mamma e l’autenticità delle amiche di Sissi, la sensazione che l’essenziale è invisibile agli occhi che vorrebbero, come ha confessato mamma Tina durante il dibattito seguito alla proiezione, aver potuto vedere più profondamente. Oltre l’apparenza. Certo, alla fine si rimane assetati di quella conoscenza che sola può far nascere la speranza di una possibilità di reale lotta per estirpare alla radice la violenza del femminicidio.

«Si rifiutava di riconoscere, in Vincenzo Paduano, il ruolo di padrone della sua vita», si chiude con le motivazioni della condanna all’ergastolo il docufilm, che viene proiettato il 3 novembre al Teatro di Tor Bella Monaca a Roma, alla Camera dei deputati e trasmesso in televisione (il 25 novembre, su Realtime) in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Per approfondire, leggi l’articolo della psichiatra e psicoterapeuta Barbara Pelletti su Left in edicola dal 4 novembre


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