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Un tweet dopo l’altro, titolo su titolo, il mondo ha cominciato a parlare di molestie e stupro. Accuse dettagliate, denunce globali si incrociano da una costa all’altra, da un Paese all’altro, da una lingua all’altra. Ma non basta un hashtag per fermare gli abusi. Non in Medio Oriente. La campagna mondiale delle donne che si sollevano arriva anche nel mondo musulmano, ma si ferma al Cairo, dove le condizioni femminili peggiorano di anno in anno, dove se accendi la tv ascolti che «è dovere patriottico molestare, dovere nazionale stuprare», se una donna va in giro con i jeans strappati. Lo ha detto l’avvocato conservatore Nabin al Wlash alla tv al Assema, in onda al programma Infirad, ascoltato da milioni di persone.

Tra le città a più alto rischio di violenza per le donne c’è Delhi in India e San Paolo in Brasile, a Levante però c’è il Cairo, una megalopoli pericolosa, «dove anche una semplice passeggiata per strada, può trasformarsi in una molestia fisica e verbale», dice Shahira Amin del Women Memory Forum. Tutto è peggiorato dopo la primavera araba del 2011. Secondo uno studio dell’Un Women, la ricerca sul campo “Understading masculinities”, il 64 per cento degli uomini ha ammesso di aver tentato di molestare una donna. In Egitto il 17 per cento delle ragazze si sposa prima dei 18 anni, il 2 per cento prima dei 15 e il 20 per cento in meno delle donne, rispetto agli uomini, riceve un’educazione. Tra le altre pochissime statistiche disponibili, ci sono quelle dell’Egypt Center for Women right del 2008, secondo cui l’83 per cento delle donne è stata molestata sessualmente in qualche forma. Il Cairo è seconda solo a Kinshasa per l’accesso al sistema della sanità riproduttiva della donna.

Salute, maternità e mancato accesso al sistema sanitario. Di questo voleva parlare Doaa Salah al suo Dodi show, la sua trasmissione mattutina. Per farlo ha usato un pancione finto, sotto un vestito rosa. Era nello studio della tv al Nahar nella capitale egiziana tre mesi fa, adesso andrà in prigione, per aver detto ad alta voce che si può procreare fuori dal vincolo religioso, si può essere madre, senza benedizione divina del tempio. «Coraggio. E comunque come fa una divorziata? Come fa una vedova?». Le sue parole sono state un oltraggio “per il tessuto della società egiziana”.

La presentatrice ha esposto il suo corpo e la sua immagine per dirlo: donne, potete, “coraggio, single women”. Le sue “sono idee immorali che minacciano la società”, la giovane sta “facendo propaganda del sesso fuori dalla religione e dal matrimonio”. La Salah finirà dietro le sbarre, perché secondo le autorità “ha incitato all’immoralità e a commettere atti disonorevoli”. Adesso pagherà, oltre ad una multa di diecimila sterline, con il suo lavoro, la sua libertà.

L’odio sui social contro di lei è cominciato, proprio come in qualsiasi parte del mondo. Ad insultarla sono uomini quanto donne: “depravata”, “prostituta”, fino al “divertiti tre anni dietro le sbarre, puttana”. Sono storie di quotidiani verdetti egiziani, nella terra di quell’Al Sisi che il governo italiano definì laico alleato contro il fanatismo religioso, nel Paese delle piramidi e delle prigioni per desaparecidos, attivisti e giornalisti.

La voce di Salah, dice la sentenza, è «una minaccia per la pubblica moralità egiziana», nello Stato dove invece su una tv nazionale si può incitare alla molestia, come ha fatto l’avvocato conservatore Wlash. Maya Mursi, presidente del Comitato delle Donne medico egiziane, ha detto che quella del conservatore è stata «una chiamata allo stupro» collettiva e ha denunciato l’emittente tv insieme al Consiglio Nazionale delle donne egiziane. L’avvocato non ha ritirato ciò che ha detto, anzi ha ribadito che anche sua figlia «meriterebbe di essere stuprata, se decidesse di andare in giro con i jeans strappati».

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