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Dall’8 novembre Marco Cappato è sotto processo. La sua colpa? Avere accompagnato in Svizzera Fabiano Antoniani, Dj Fabo, che non voleva più sopportare le atroci sofferenze conseguenze di un incidente di auto che lo aveva reso cieco e tetraplegico. La sua storia è raccontata in alcuni dei passaggi più vivi e toccanti del libro autobiografico di Marco Cappato, Credere disobbedire combattere (Rizzoli), in cui ripercorre più di vent’anni di lotta al proibizionismo, per l’affermazione di diritti civili, per il diritto alla conoscenza.

Marco Cappato quale risposta si augura possa innescare la sua azione di disobbedienza civile?

Vorrei porre innanzitutto una questione di chiarezza e di assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni: il codice penale del fascismo criminalizza l’aiuto al suicidio, esistono però anche dei principi di libertà, fondamentali, garantiti dalla Costituzione e da carte internazionali, come quella europea dei diritti umani e come la Convenzione europea dei diritti umani. Il primo obiettivo dunque è che si dica espressamente ciò che effettivamente si può fare o non si può fare, senza che ciò che dipenda dal fatto di farlo di nascosto o meno.

Ci faccia capire meglio…

Per parlarci in modo franco gli italiani che vanno in Svizzera ogni anno sono nell’ordine delle decine. Nonostante l’obbligatorietà dell’azione penale, solo i casi che diventano pubblici vanno poi all’attenzione della magistratura. Quindi un atto di chiarezza è necessario ma anche un’assunzione di responsabilità che dovrebbe investire lo stesso Parlamento.

La legislatura è agli sgoccioli e il Parlamento non è nemmeno riuscito a fare una legge sul biotestamenteo. La stessa relatrice De Biase si è dimessa perché «non ci sono le condizioni per proseguire l’esame in Commissione»…

C’è una mancanza di democrazia nel nostro Paese dal momento che istanze sociali così forti e sentite non trovano una risposta nella politica ufficiale. A prevalere è la logica del potere, delle coalizioni, delle alleanze – non dico che queste ultime non siano importanti – ma la politica finisce per essere solo quella per i media e le vicende delle persone mera cronaca. Si discute di eutanasia solo quando scoppia un caso. Così viene tenuta ai margini una maggioranza schiacciante di opinione pubblica che è pronta ad ha buone ragioni su questo tema.

Per otto anni lei è stato parlamentare europeo radicale e ha organizzato a Bruxelles convegni e confronti internazionali con l’associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca. C’è una vistosaarretratezza italiana su questi temi?

L’Italia manifesta da tempo uno svuotamento della democrazia liberale. Formalmente ci sono le elezioni, c’è lo Stato di diritto ma come Radicali da decenni denunciamo il regime partitocratico che affossa la vita delle istituzioni ridotte a puro formalismo. Adesso è palese a tutti. Sembrava matto Marco Pannella quando si metteva la stella gialla al petto e denunciava la peste italiana, che si sarebbe diffusa in Europa e nel mondo, oggi siamo arrivati a Donald Trump. Non è un caso, è stato un lungo processo.

Come se ne esce a suo avviso?

Occorrono innanzitutto investimenti materiali ma anche e soprattutto immateriali in conoscenza, tecnologia, bisogna rafforzare i diritti dell’individuo e le libertà individuali. È un’urgenza che non riguarda solo il singolo e temi come il fine vita, la libertà scientifica ecc. ma riguarda il futuro stesso della democrazia.

La non violenza è uno strumento importante oggi. Nel suo nuovo libro dedica molto spazio a questo metodo chiarendo cosa è e cosa non è. Ovvero?

Oggi sembra quasi che l’alternativa debba essere fra la politica che cerca di ragionare e di spiegare perché tutto sommato ci dobbiamo tenere le cose che abbiamo già, altrimenti rischiamo il tracollo finanziario, politico ecc, e la politica che parla alla pancia della gente, contro gli immigrati, contro le banche o contro tutte e due. Ecco, la ricerca della non violenza si pone come una alternativa fra queste due derive. Non sputiamo sulla politica, sul Parlamento, sulle istituzioni. Anzi, direi, teniamocele care. Ma avendo a cuore la democrazia e lo Stato di diritto non rinunciamo ad emozionare. Parlare alla pancia della gente vuol dire scommettere sulle paure, sull’ansia, della gente. Al contrario mettendo in gioco se stessi si può investire sulle emozioni positive delle persone, sviluppare sensibilità, empatia verso i malati e i soggetti più fragili, la non violenza è quell’energia, quel calore, quell’elemento in più che può essere immesso nelle democrazie per evitare che rimangano un simulacro vuoto.

Questo suo modo di fare politica le ha fatto conoscere Piero Welby, Luca Coscioni, Dj Fabo e tanti altri. Questi incontri che cosa le hanno lasciato?

Guardare il mondo e la politica attraverso la concretezza di sé stessi e della propria storia e poi delle storie delle persone che si incontrano è l’antidoto più efficace contro l’ideologia. Vivendola in modo astratto, se non è radicata nella vita delle persone, la stessa democrazia liberale può esserlo. La legge da sola non basta, ci vogliono la conoscenza, l’informazione, il dialogo, il confronto. A cominciare dagli anni di scuola. Passare attraverso il confronto con le persone è indispensabile se si cerca un risultato che non siano solo di facciata.

Ci sono persone in Italia come Beppino Englaro che, come lei, hanno scritto pagine significative della storia dei diritti civili in Italia. Ha lottato perché fosse rispettata la volontà di sua figlia. Lo ha fatto alla luce del sole, nella legalità, in questo modo ha anche prodotto conoscenza, consapevolezza di potercela fare, da cittadino, aprendo la strada a molti?

Sì naturalmente. Senza dimenticare che per Beppino Englaro sono stati quasi vent’anni di lotta. Ricordo la lotta e la vita in prigione di Mandela e di Gandhi in questo libro, però non pensiamo che o si è degli eroi o non si può fare nulla. Neanche dico che tutti possano fare tutto. Però quante volte nella vita capita il piccolo sopruso o anche la piccola opportunità di fare qualcosa di buono nella gestione del quartiere, nella scuola, in tante situazioni e occasioni quotidiane. Capita di vedere che c’è il piccolo imbroglio e si lascia correre. Non tollerare ciò che ci appare intollerabile migliora la qualità della nostra vita, è un modo di fare politica anche senza il bisogno di arruolarsi da qualche parte. Come Radicali, come associazione Coscioni noi cerchiamo di farlo anche in quanto organizzazione politica.

Berlusconi asseriva che Eluana poteva avere figli perché aveva il ciclo. Rosy Bindi – lei scrive in questo libro- discettava su quanto fosse piccola la finestra della stanza dove Welby era tenuto in vita dai macchinari. La stessa, da ministro della Salute, autorizzò la sperimentazione della “terapia” Di Bella e il ministro Balduzzi quella di Stamina. C’è un deficit di competenza di questa classe politica oppure, di che si tratta?

La politica è ridotta a marketing elettorale, i format tv del dibattito politico sono fatti a colpi di battute. “Basta con l’invasione”. “Meno tasse”. Ma la ricerca di vere soluzioni ha bisogno di confronto, discussione, è un percorso complesso, che non vuol dire complicato. Nel dibattito pubblico. in realtà, contano i fatti, conta la fondatezza di ciò che si dice. Ma per potersi far forte del metodo scientifico e poi prendere decisioni politiche bisogna rafforzare i rapporti con il mondo scientifico, si dovrebbero commissionare studi, far sì che i politici vadano nei laboratori e che gli scienziati si confrontino con la percezione pubblica e con le conseguenze della loro ricerca. Tutto questo non si improvvisa. Lo si fa intervenendo nei programmi scolastici, attivando i centri studi dei parlamentari, gli enti locali, servirebbe un enorme investimento per colmare il divario fra la conoscenza scientifica più avanzata e quella in base alla quale si legifera oggi. Bisogna poi verificare l’efficacia della politica e della legge. Non è cattiva volontà di questo o quel politico, ma è proprio un sistema istituzionale che non è attrezzato. Bisognerebbe smontare lo Stato dove non serve – ovvero nei proibizionismi – e rimontarlo dove serve, ovvero per produrre conoscenza.

Per chiudere, tornando ai temi della sua lotta oggi. Sono state raccolte 67mila firme per la legge di iniziativa popolare sull’eutanasia, avranno mai risposta?

Dobbiamo fare tutto quello che possiamo perché la abbiano. Il mio processo è appunto un tentativo in questa direzione, non ci rassegniamo e proseguiamo la battaglia.

 

*AGGIORNAMENTO* di mercoledì 14 febbraio alle 15.20

Tutte le tappe della vicenda che il 14 febbraio è sfociata in una svolta storica:

Il processo a Marco Cappato va alla Corte Costituzionale.

La corte d’Appello di Milano ha sospeso il processo a Marco Cappato e rinviato la questione alla Corte Costituzionale. I pm chiedevano l’assoluzione per l’esponente radicale e in subordine avevano proposto appunto l’eccezione di illegittimità costituzionale.

• Il 13 giugno 2014 Fabiano Antoniani (Dj Fabo), 40 anni, rimane coinvolto in un grave incidente stradale. Dopo diversi ricoveri e un anno trascorso all’Unità spinale dell’ospedale Niguarda, la prognosi irreversibile: paralisi totale e cecità. Dj Fabo non si arrende e con l’aiuto della fidanzata Valeria Imbrogno cerca terapie sperimentali, si sottopone a un trattamento sperimentale con trapianto di cellule staminali in India, Paese dove avevano scelto di andare a vivere prima dell’incidente. Dopo un effimero miglioramento, la terapia si rivela inutile. Attraverso Valeria, Fabiano e contatta Marco Cappato che lo indirizza verso l’associazione svizzera Dignitas di Zurigo, specializzata in “accompagnamento volontario alla morte”.

• Il 19 gennaio, Dj Fabo si rivolge attraverso un video-appello al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. «Da più di due anni sono bloccato a letto immerso in una notte senza fine. Vorrei poter scegliere di morire senza soffrire in Italia». Marco Cappato condivide la sua battaglia pubblica con l’associazione “Luca Coscioni” di cui è tesoriere, che ha seguito decine di casi di accompagnamento oltreconfine negli ultimi anni.

• Il 27 febbraio 2017, pochi secondi dopo aver morso il dispositivo che permetteva al veleno di uscire Fabiano Antoniani muore nella clinica Dignitas. Con lui, oltre alla madre e alla fidanzata c’è Cappato che il giorno dopo si autodenuncia ai carabinieri di Milano.

• Il 1 marzo 2017 i Pm Tiziana Siciliano e Sara Arduini iscrivono il leader radicale nel registro degli indagati con l’accusa di “aiuto al suicidio” previsto dall’articolo 580 del codice penale che punisce con una pena fino a 12 anni di carcere “chiunque aiuta o determina altri al suicidio ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione”.

• L’ 8 maggio 2017 la Procura chiede di archiviare la posizione di Cappato, sostenendo che per chi è nelle condizioni di Dj Fabo esiste il “diritto al suicidio”. «Il principio del rispetto della dignità umana – si legge nella richiesta di chiudere il caso – impone l’attribuzione a Fabiano Antoniani, e in conseguenza a tutti gli individui che si trovano nelle stesse condizioni, di un vero e proprio “diritto al suicidio”, attuato anche in ‘via diretta’, mediante l’assunzione di una terapia finalizzata allo scopo suicidiario».

• Il 10 luglio 2017, il gip Luigi Gargiulo dispone l’imputazione coatta per Cappato. «In Italia non esiste il diritto a una morte dignitosa – argomenta – Un giudice non può trasformarsi in legislatore perché introdurrebbe nell’ordinamento un diritto inedito e, soprattutto, ne filtrerebbe l’esercizio, limitandosi ai casi in cui sussistano tali requisiti, peraltro meritevoli di una formulazione generale, astratta e rispettosa del canone di precisione che una simile materia richiede».

• Il 5 settembre 2017 Marco Cappato chiede di essere processato col rito immediato ‘saltando’ l’udienza preliminare. La data d’inizio del processo viene fissata all’8 novembre.

• Il 4 dicembre 2017 , in un’aula gremita e commossa, testimoniano la mamma e la fidanzata di Fabo.

• Il 17 gennaio 2018 Cappato chiede ai giudici nelle sue dichiarazioni spontanee di assolverlo con una formula che riconosca il diritto di Fabiano, e di chi è come lui, a morire, altrimenti «preferisco che mi condanniate». Prima di queste parole, i pm Arduini e Siciliano chiedono di dichiararlo innocente «perché il fatto non sussiste» o, in subordine, di mandare gli atti alla Consulta per valutare la costituzionalità dell’articolo 580 del codice penale. Anche i legali di Cappato, Massimo Rossi e Francesco Di Paola, chiedono di assolverlo «perché il fatto non sussiste» e pregano i giudici popolari di «far entrare Fabiano in camera di consiglio».

 

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