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Ventisei cadaveri di giovani donne erano sulla nave militare Cantabria, approdata la scorsa settimana a Salerno. Insieme alle loro salme l’imbarcazione spagnola trasportava 410 profughi che avevano rischiato di morire nel canale di Sicilia. Qualche giorno prima, otto migranti deceduti sono stati portati a Reggio Calabria. E non dimentichiamo i ventitre morti recuperati dopo un naufragio lo scorso ottobre, mentre chissà quanti altri corpi non sono stati nemmeno intercettati.

Questo macabro conteggio, purtroppo destinato a salire, smaschera la retorica del governo Gentiloni e mette alla sbarra la politica sull’immigrazione incentrata sul decreto Minniti-Orlando, convertito in legge, la numero 46, il 13 aprile scorso.

Alcune disposizioni previste in quel decreto sono entrate in vigore a 180 giorni dalla pubblicazione, il 17 agosto, e ora, trascorsi due mesi e mezzo, se ne vedono con chiarezza tutti gli effetti nefandi, come denunciano su questo numero di Left psichiatri e Medici contro la tortura, esperti di diritto internazionale e avvocati dell’Asgi che annunciano ricorsi, cercando di sollevare il caso davanti alla Corte costituzionale.

Ma facciamo un passo indietro: «Occhio alla paura, sarà il tema cruciale dei prossimi dieci anni, un nodo cruciale», annunciava il ministro Marco Minniti il 9 agosto. Con dichiarazioni simili a questa riportata dal quotidiano La Repubblica accompagnava il varo del codice di condotta per le Ong che impone la polizia giudiziaria a bordo e accordi con la guardia costiera libica. Poiché: «La sicurezza è un bene comune, ve lo dice il ministro dell’Interno che con questa parola è costretto a misurarsi ogni giorno… e la sicurezza è troppo importante per lasciare questa parola alle destre», ha detto l’ex uomo dell’intelligence, il piddino Marco Minniti. Sicurezza per chi?

Certamente non per i migranti ricacciati in Libia dove imperversa la lotta fra bande  come scrive Chiara Cruciati in un suo reportage che appare su questo numero. Come hanno documentato Amnesty international e Msf, i centri di detenzione per migranti in Libia assomigliano piuttosto a dei lager dove stupri e violenze di ogni tipo sono all’ordine del giorno.

Sottrarre alla vista, ricacciare indietro, condannandoli a un destino di morte, questo in verità è l’obiettivo. Nonostante Minniti parli di “piano” d’integrazione. Parola quanto mai ambigua dacché il ministro degli Interni ebbe a dire proprio alla kermesse del Pd al Lingotto nel marzo scorso che «l’accoglienza ha un limite».

Nel contesto del “piano” Minniti – come nota l’autore di Lessico del razzismo democratico (le parole che escludono) Giuseppe Faso – la parola integrazione nasconde le trappole di un modello emergenzialista ereditato da Maroni. Nasconde la violenza “invisibile” di un modello “assimilazionista” che obbliga l’altro ad auto-annullarsi, ad abdicare a sé, per abbracciare la nostra “civiltà superiore”. Superiore certamente nella perversione. Ce ne vuole parecchia per mettere a punto sistemi di respingimento basati sulla negazione della realtà dell’altro, come quelli architettati dall’attuale governo Gentiloni. Avvocati e medici parlano di richieste di asilo rigettate sulla base di giudizi a dir poco affrettati che non colgono minimamente la gravità dei traumi e delle violenze subite nel proprio Paese d’origine o a bordo di barconi di fortuna.

Con la legge Minniti-Orlando sull’immigrazione – come spiega l’esperta di diritto internazionale Francesca De Vittor intervistata da Leonardo Filippi in questo sfoglio – sono state istituite 26 sezioni di tribunali specializzati chiamati a giudicare i ricorsi di chi chiede lo status di rifugiato. E i giudici possono evitare colloqui vis à vis con i richiedenti asilo basandosi solo su testimonianze video registrate. Quando è ben noto che – denuncia lo psichiatra e psicoterapeuta Luca Giorgini in questo sfoglio – ci vogliono tempo, metodo e molte occasioni di incontro prima che la persona che è stata torturata riesca a parlare di ciò che ha subito. Immigrati e richiedenti asilo sono sottoposti a una doppia tortura in questo modo, commenta il premio Pulitzer Viet Thanh Nguyen, autore del toccante Rifugiati.  «Giustizia e legge non sempre vanno insieme. I confini sono legali, ma sono giusti?»

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola


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