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Cresce anche in Asia la figura dell’uomo forte. Quasi in contemporanea il congresso del Partito comunista cinese e le elezioni anticipate nipponiche hanno confermato questa tendenza nella seconda e nella terza economia al mondo, peraltro rafforzando due leader che in qualche modo piacciono sul piano personale anche al presidente statunitense Donald Trump. O almeno così fa intendere il tycoon ogni volta che parla di loro, arrivando a definire Xi Jinping il re della Cina e dicendosi «per nulla sorpreso» della rielezione di Shinzo Abe. L’assise rossa che si è conclusa lo scorso 24 ottobre ha confermato Xi quale leader più influente e forte da decenni.

Il presidente ha saputo ergersi nel corso dei primi cinque anni della sua amministrazione fino a farsi riconoscere quale nucleo del Partito. Dal congresso non è inoltre emerso un chiaro successore del capo di Stato per quando nel 2022, secondo le regole non scritte che si è data la dirigenza di Pechino, dovrà in teoria farsi da parte per sopraggiunti limiti d’età. Resta quindi aperta l’ipotesi che possa decidere di rimanere in sella. Qualora così con fosse il “principino rosso”, figlio di uno dei compagni dello stesso Mao Zedong, potrebbe comunque far valere l’inserimento del proprio nome e del proprio pensiero sul «socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era» nello statuto del Pcc. Definirlo il nuovo Mao può forse essere un’esagerazione. Xi Jinping ha comunque smesso i panni del primo tra pari riservato al segretario generale del Partito, in particolare durante il decennio del suo predecessore, Hu Jintao, erigendosi un gradino o due sopra gli altri componenti del comitato permanente del Politburo, il vertice della struttura comunista della Repubblica popolare.

Certo Xi condivide con Mao l’onore di vedere il proprio nome nel documento fondativo del Pcc quando era ancora in vita. Il che lo pone anche al di sopra dello stesso Deng Xiaoping, il padre delle riforme economiche del Dragone, che in qualche modo si era tenuto però in disparte. Fu soltanto dopo la sua morte infatti che Jiang Zemin decise di elevare la teoria del piccolo timoniere a base ideologica con tanto di nome dell’ideatore. L’emendamento allo statuto quando è ancora al potere «dà a Xi un’autorità senza precedenti» spiega Alex Wolf, economista di Aberdeen standard investment e osservatore della dinamiche interne per capirne le ripercussioni in chiave finanziaria. «Ogni quadro che non seguirà l’agenda del presidente violerà lo statuto stesso». Inoltre secondo l’analista, il segretario generale è destinato a mantenersi al vertice a lungo e non necessariamente con incarichi ufficiali, ma forse governando da dietro le quinte, come già fece Deng. Di certo Xi Dada, come è…

L’articolo di Andrea Pira prosegue su Left in edicola


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