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Premio Pulitzer per Il Simpatizzante (2016), come scrittore e docente alla University of Southern California di Los Angeles, Viet Thanh Nguyen esplora da tempo il tema della memoria, dello sradicamento e della migrazione. Avendone esperienza personale. Nato nel 1971 a Buôn Ma Thuột, a quattro anni sbarcò negli Usa con la famiglia. Nel primo racconto de I rifugiati, intitolato “Donne dagli occhi neri”, la protagonista è una ghost writer di libri di memorie, che suggestionata dai racconti di fantasmi di sua madre, nonostante l’iniziale scetticismo, crede di vedere quello del fratello quindicenne, ucciso mentre cercava di salvarle la vita su un barcone di migranti assalito dai pirati. L’invenzione letteraria diventa particolarmente evocativa e densa di riferimenti al presente in questa raccolta di racconti dello scrittore anglo-vietnamita pubblicata da Neri Pozza.
Viet Thanh Nguyen, oggi i rifugiati sono invisibili come fantasmi?
Sono invisibili o ipervisibili. Per lo più non vediamo l’altro, lo attraversiamo con lo sguardo, come se fosse trasparente. Quando lo rivolgiamo su di lui non lo vediamo come essere umano, ma come uno stereotipo, una caricatura, un orrore. I rifugiati sono costretti in questa dimensione d’invisibilità o di eccessiva esposizione. Sono persone che ignoriamo, che cancelliamo, finché non ci appaiono d’un tratto come presenze inquietanti. Non vedere l’altro è una forma di violenza. Se l’annulliamo non ci sembra una violenza, perché non ci accorgiamo di farlo. Altre volte chiudiamo gli occhi deliberatamente e siamo coscienti di infliggere una violenza, sia che si tratti di bambini in un cortile scolastico, che in una intera nazione. Quando chiedono di essere visti e ascoltati – come i rifugiati a volte fanno – ci appaiono come fantasmi minacciosi il cui destino noi stessi abbiamo causato per poi eliminarlo dalla nostra mente. Non c’è da stupirsi poi se non vogliamo vederli…

L’intervista al Pulitzer Viet Thanh Nguyen prosegue su Left in edicola


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