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Alba De Cespedes muore il 14 novembre 1997. Scrittrice di successo, giornalista, poetessa, intellettuale fine e di grande spessore, partigiana, radiocronista, sceneggiatrice è, per dirla tutta, una “creatura speciale”, come qualcuno l’ha definita. Ma, come molte donne impegnate nella vita politica e culturale italiana, è stata ignorata fino alla riscoperta realizzata da alcune studiose, in prima fila Marina Zancan. E’ stata definita un’autrice di genere rosa perché parlava di donne, nonostante che i suoi romanzi fossero dei veri e propri bestseller, molto letti e molto tradotti. Le sue storie hanno ispirato sceneggiature teatrali e diversi film come Le amiche di Michelangelo Antonioni, Nessuno torna indietro e La bambolona di Franco Giraldi. Nel 1944 fonda e dirige Mercurio, una delle riviste letterarie più importanti del panorama culturale dell’epoca che anticipa l’esperienza del Politecnico di Vittorini. Collaborano nomi come Eugenio Montale, Giacomo Debenedetti, Ernest Hemingway, Massimo Bontempelli, Sibilla Aleramo, Gaetano Salvemini e artisti come Mino Maccari, Toti Scialoja e Renzo Vespignani a impreziosire i testi con i loro disegni. Donna cosmopolita, appartenente ad una dinastia cubana leggendaria, progressista e antifascista, dimostra in ogni occasione la sua vocazione estrema per la libertà e la giustizia.
«Alba De Cespedes – racconta a Left Patrizia Gabrielli, docente di Storia contemporanea all’Università di Siena, sede di Arezzo – è stata un’intellettuale impegnata che guardava con attenzione al sociale e credeva profondamente che la cultura fosse un fattore importante per il cambiamento della società. Idealmente vicina al Partito d’azione, fu legata strettamente agli ambienti antifascisti e alla resistenza e fu presa di mira dal regime fascista fin dall’inizio della sua attività».
Nel 1938 pubblica il suo primo romanzo Nessuno torna indietro. È la storia di un gruppo di ragazze decisamente anticonformiste per la “morale fascista” e fu immediatamente convocata dal Ministero della cultura popolare che la chiamò a rendere conto del contenuto del libro per ben 17 volte, come lei stessa racconta, e la definì “una scrittrice scandalosa”. Tra il 1943 e il 1945 inizia il suo impegno diretto nella resistenza. Dopo l’8 settembre lascia Roma e passando per l’Abruzzo raggiunge Bari. Sono mesi terribili, di fame, di rischi, di freddo. La scrittura è un’àncora imprescindibile per sopravvivere.
«Nei quadernetti in cui scrive il suo diario – continua Gabrielli – Alba De Cespedes racconta le sue giornate, la propria vita, e con grande umanità quella di coloro che la circondano, la gente semplice del luogo che protegge lei e il suo compagno di viaggio, li sostiene e li nasconde. E a questi racconti si aggiungono riflessioni profonde sul regime fascista e sulla tragedia della guerra che ritroveremo in forma più “politica” quando continuerà la sua lotta dai microfoni di Radio Bari nella trasmissione “Italia Combatte” dove conduce con il nome di “Clorinda”. Qui parla a uomini e donne di ogni ceto sociale. Si rende conto che bisogna ricostruire l’Italia ma anche gli italiani. Ha ben chiaro che il regime totalitario ha sottratto responsabilità agli individui perché è lo stato che ha sempre deciso. E’ necessario quindi ripartire dal personale, riacquistare il senso di responsabilità verso sé stessi e gli altri per ricostruire la democrazia. E’ un messaggio forte che propone un cambiamento etico e politico profondo».
L’impegno politico e civile è inscindibile dalla sua scrittura. Pone il tema delle donne al centro del suo fare letteratura per dare voce alla soggettività femminile.
«Alba De Cespedes – ci racconta Marina Zancan, curatrice delle opere della scrittrice italo-cubana per i meridiani Mondadori – come molte intellettuali del periodo, ha dato voce alle donne e lo ha fatto in modo rilevante e anticipatore rispetto ai tempi». Il problema è che la critica, ma soprattutto la storiografia letteraria, l’ha lasciata da parte, dimenticandola. Le opere di De Cespedes, soprattutto i grandi romanzi, inseriti nel quadro storico-letterario di appartenenza, rivelano un carattere sperimentale e un contenuto estremamente innovativo. Le tematiche sono nuove perché parla delle donne, della loro vita e del rapporto delle donne con la scrittura come Dalla parte di lei, del 1949 – una confessione- riflessione scritta da una prigione – e Quaderno proibito, un diario, di fatto “proibito” perché ad esso la protagonista Valeria Cossati, affida di nascosto le sue amare riflessioni sul rapporto con il marito. In Dalla parte di lei c’è anche un tema inusuale: il racconto si svolge in una cella del carcere dove la protagonista, una donna impegnata nella resistenza che ha ucciso il marito, un antifascista, anche lui protagonista della resistenza, ricostruisce la propria vita di donna che, pur impegnata, ha messo al primo posto l’attesa, la dedizione e uccide perché il marito non corrisponde più al suo desiderio, al suo sogno d’amore.
Seguono poi Prima e dopo e Il rimorso , del 1963, dove racconta gli anni che furono delle avanguardie e di una crisi del contesto sociale e politico che la porterà via dall’Italia, dopo aver scritto La bambolona, e la farà atterrare a Parigi che è la nuova capitale culturale di quegli anni. A Parigi scrive in francese il romanzo Sans autre lieu que la nuit che si autotradurrà e diventerà Nel buio della notte, un testo molto bello, sperimentale, in cui mette in scena le parole in un contesto urbano, raccontando la scoperta notturna della metropoli parigina e le sue trasformazioni.
Il romanzo le si addice, ma scrive anche poesie, racconti, articoli e rubriche per Epoca e La stampa. Un’autrice di qualità, una scrittrice raffinata, un’intellettuale a tutto tondo che detestava l’etichetta di femminista per un’istintiva, non ideologica, ribellione davanti al disagio femminile. Maria Serena Palieri e Francesca Sancin in Donne della repubblica scrivono di lei: « …seguiva il tempo del sogno e dell’utopia. Di un altrove dal quale lei guardava il dove viveva».

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