David Wright diventò sordo quando aveva più o meno sette anni. E così, in quanto scrittore e uomo di cultura, si riteneva privilegiato rispetto ad altri che invece nascono già sordi o che perdono l’udito troppo presto, “senza aver acquisito un veicolo per pensare e comunicare. Basta solo provare a immaginarlo per sentire tutto il peso delle solenni parole con cui inizia il Vangelo di Giovanni: “In principio era il Verbo”. Purtroppo Wright è morto diversi anni fa. Ma, se fosse ancora vivo, sarebbe interessante riuscirlo a trascinare tra gli spettacoli proposti in occasione del Cinedeaf, il Festival di cinema sordo che il 17, il 18 e il 19 novembre animerà gli spazi del museo MAXXI a Roma.
Il Cinedeaf, emanazione dell’ISSR, l’Istituto statale per sordi che da anni si occupa di formazione e ricerca, quest’anno è alla sua quarta edizione. Il festival si propone l’obiettivo di diffondere e alimentare la conoscenza sulla cultura sorda attraverso quella che è una delle loro modalità espressive privilegiate, il cinema appunto. Il cinema sordo, infatti, non è il cinema muto e nemmeno il cinema in lingua dei segni, è invece il cinema prodotto dai sordi e fruibile da chiunque.
Potrebbe sembrare curioso per il grande pubblico eppure, ci racconta Francesca di Meo, una delle organizzatrici del Cinedeaf, una delle tematiche più sentite dagli artisti presenti nel festival è proprio la musica, come nel docufilm Listen di Eri Makihara, ritratto intenso e toccante sulla musica composta da Sordi e ad essi rivolta, fino a Silence di Dejan Mrkic, storia di una giovane musicista che si trova ad affrontare la perdita dell’udito. E ancora tante altre le tematiche proposte durante la tre giorni di Festival, come lo sport nei due docufilm 4 Quarter of Silence e Il rumore della vittoria, e la dimensione femminile in opere come Ipek e Inner Me. Da segnalare ancora la tavola rotonda Screening sign languages, durante la quale si discuterà l’esclusione dei sordi da gran parte dei programmi televisivi italiani, esclusione che incide profondamente nel mondo dei giovani, i quali si vedono vietare un mezzo di comunicazione fondamentale.
Durante la serata di apertura, infine, si terrà il contest di Visual vernacular, mentre Giuseppe Giuranna, maestro nel campo, sarà presente come giudice del Festival. Il Visual vernacular, per chi non lo sapesse, è una particolare forma espressiva molto diffusa nella cultura sorda, ma comprensibile anche per gli udenti. Infatti è una descrizione visiva che precede ogni lingua, senza probabilmente escluderne nessuna, una narrazione visuale che vive negli occhi di chi la vede, impossibile da tradurre, inevitabile non farsi coinvolgere. Chiunque può assistere a uno spettacolo di Visual vernacular e comprendere, sentire, ognuno a suo modo, quel che il poeta ci vuol dire.
Dunque, se Wright, e tanti altri insieme a lui, avessero avuto l’opportunita di assistere a un evento di questo tipo, probabilmente avrebbero adottato un’altra visione sugli altri, e su loro stessi, accettando che al principio non c’era il Verbo, ma il silenzio, e tutte quelle immagini che, da quel silenzio, ci nascono dentro. Quel silenzio che, a tratti, quasi ci spaventa, mentre si lascia scrivere dentro una musica che, da qualche parte, tutti noi abbiamo sentito, mentre ci muovevamo per un no, o riconoscendoci finalmente dentro un sì.

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