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Morti, uno dopo l’altro: manu propria, per loro stessa volontà. Tanti, troppi. Così il governo del Giappone ha deciso di reagire e di risolvere la situazione, chiudendo tutti i siti che istigano al suicidio, tutte le bacheche digitali dove si possono condividere pensieri che spingono a togliersi la vita. Tokyo continua a censurare e oscurare siti web, per arginare, come fa da oltre dieci anni, il tasso di suicidi dei giovani giapponesi, ma nuovi metodi per parlarne in rete continuano ad apparire. E i teen giapponesi con nomi fittizi leggono e intervengono. E poi decidono di morire.

Takiro Shiraisi, 27 anni, qualche giorno fa ha ammesso di aver ucciso 9 persone, quando la polizia ha ritrovato braccia e gambe amputate in casa sua, nella periferia suburbana di Tokio. Le vittime erano state adescate su internet, sui social media, l’unico luogo dove i giovani nipponici hanno davvero il coraggio di sfogarsi e chiedere aiuto. Avevano scritto di voler morire e cercavano compagnia per farlo: Shiraisi a quel punto li invitava a casa sua, promettendogli il necessario. Ha ucciso in maniera violenta così giovanissime ragazze, tra i 15 e i 20 anni.

Suicidi e rete. C’è un legame? Se lo chiede il Japan Times. Toru Igawa, a capo del centro di prevenzione del suicidio a Tokio, ha detto al giornale che internet ha reso le cose peggiori per la nuova generazione giapponese. In precedenza le persone non volevano morire “da sole” e rinunciavano a togliersi la vita, ma adesso, con le piattaforme sociali dove parlano l’uno con l’altro, questo è cambiato. “Trovano dei “compagni” online”, ha detto il dirigente, citando uno studio inglese che ha confermato che almeno il 20% dei giovani adulti che decidono di morire, visita prima delle piattaforme online. Suicidio-omicidio: le parole vanno insieme, legate da un trattino. E poi c’è un film culto in Giappone, chiamato il club dei suicidi, Jisatsu sakuru, e un manuale che si continua a comprare in libreria, il Kanzen Jisatsu Manyuaru, il “competo manuale del suicidio”.

Una vicenda nera e non si tratta di karoshi, una parola che i giapponesi conoscono bene dagli anni ’70, che vuol dire “morte per sovraccarico di lavoro”. Di karoshi eclatanti in Giappone si ricordano quelli di due donne: Matsuri Takahashi, che dopo 105 ore di straordinario nell’agenzia pubblicitaria in cui lavorava, si è lanciata dal tetto del suo datore di lavoro nel 2015 il 25 dicembre, poi quello di Miwa Sado, che dopo 159 ore di straordinari si è tolta la vita nel 2013.

Yoshihide Suga, segretario Capo Gabinetto giapponese, ha chiesto adesso al governo di chiudere tutti quelli che chiamano “suicide website”, compresi i social media che li pubblicizzano: “Twitter è il social network più difficile da tenere sotto controllo, strumentalizza il grido di aiuto delle vittime” ha detto. Il Giappone ha il più alto tasso di suicidi al mondo: ogni anno sono 22mila.

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