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Era il 6 marzo del 2013 e David Rossi aveva appena avvisato la moglie, che sarebbe rientrato da lì a poco. A Siena David Rossi non era un nome qualunque: il capo comunicazione di Monte dei Paschi di Siena era, di fatto, il braccio destro di quel Giuseppe Mussari che proprio in quei giorni stava finendo nell’occhio del ciclone giudiziario che porterà Mps sotto gli occhi di tutto il mondo per le gravi inadempienze nella gestione da parte del management. I magistrati da qualche giorno hanno già cominciato a mettere mano ai bilanci e alle carte e David Rossi era cosciente che il dorato mondo dello storico istituto senese sarebbe crollato. In quei giorni, dalla sua casella mail, David Rossi lascia intuire anche l’intenzione di presentarsi ai magistrati, gli amici e i colleghi lo raccontano teso, spaventato e disorientato. Fino a quel 6 marzo di 4 anni fa quando alle 19.43 il suo corpo impatta per terra nel vicolo che passa sotto la finestra del suo ufficio.

Suicidio, dice la Procura di Siena per bocca del magistrato Nicola Marini e dell’aggiunto Aldo Natalini. Passano due anni e viene aperta una nuova inchiesta, questa volta avviata dal pm Andrea Boni, e le falle nelle indagini sono a dir poco vergognose: ci sono reperti scomparsi o addirittura distrutti dalla magistratura prima ancora di analizzarli, c’è la curiosa dimenticanza di acquisire in tempo utile i tabulati telefonici e i video delle 12 telecamere che sarebbero state utili per ricostruire l’accaduto, ci sono analisi mai compiute nell’ufficio di David Rossi (che qualcuno ha chiuso dopo il suicidio e prima dell’arrivo delle forze dell’ordine) e, soprattutto, ci sono testimoni che sarebbero stati essenziali per raggiungere la verità e che invece non sono mai stati convocati…

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