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Qualche giorno fa ho letto una notizia di un episodio veramente incredibile. Un ignaro signore di Domodossola ha ricevuto numerose telefonate con accuse di essere un pericoloso mafioso e minacce anche di morte. L’assurdità della vicenda sta nel fatto che in maniera del tutto casuale una fiction sulla mafia, trasmessa in tv alla sera, aveva in una scena un personaggio che mostrava il bigliettino con il numero di telefono di un pericoloso mafioso. C’è stato quindi qualcuno che si è preso la briga di annotare quel numero e chiamarlo nel mondo reale, come se il personaggio di una fiction si potesse chiamare per telefono.
Chi ha chiamato ha confuso la finzione con la realtà. Verrebbe da dire “come dei bambini”, ma in realtà no. I bambini sanno perfettamente distinguere la finzione dalla realtà. Quando vogliono fare finta, dicono “facciamo finta che…”. Qui il “fare finta” della fiction è stato dimenticato o più precisamente annullato. Si è persa la consapevolezza del confine che separa la realtà dalla finzione. Le immagini del racconto per immagini sono diventate realtà.

Quelle persone si sono fatte trascinare dalla storia e sono state così fortemente coinvolte che hanno pensato che la storia raccontata fosse realtà.
Si tratta di una situazione del tutto simile alla famosa trasmissione radiofonica di Orson Welles La guerra dei mondi, in cui fu fatto credere ad una nazione intera che degli alieni stavano invadendo gli Stati uniti. Malgrado ci fossero degli annunci che di quando in quando avvertivano gli ascoltatori che si trattava di una fiction, in tantissimi pensarono fosse tutto vero.
Una fake news ante litteram.

Perché questo episodio è significativo? Perché ci dice quanto sia fondamentale per chi fa comunicazione di avere chiaro quale sia il senso delle cose e quindi cosa sia vero e cosa sia falso.
È evidente che chi pensa che una fiction sia realtà è un caso estremo. Ma ci dice quanto sia importante distinguere il reale dal non reale e sapere cosa è vero e cosa è falso. Una storia può essere del tutto inventata ma contenere elementi di verità. D’altro canto una realtà può avere un significato falso perché contiene elementi di negazione della realtà umana. Si pensi ad esempio al racconto delle migrazioni nei termini di invasione, costantemente narrata dalla Lega di Salvini.
Quanto veniamo esposti a storie che hanno un contenuto che senza accorgerci ci fa stare male per i contenuti falsi che ci vengono somministrati?
Questa idea è uno dei capisaldi della teoria della nascita di Massimo Fagioli: il pensiero, anche e soprattutto quello inconscio, viene influenzato e si modifica nel rapporto con gli altri. Non è qualcosa che è indipendente dalla realtà e che non ha rapporto con essa.

Se qualcuno con cui abbiamo rapporto pensa male di noi, nel senso di pensare qualcosa di falso, questo ha un’influenza negativa su di noi. Ci fa stare male. Ci “accorgiamo” che il rapporto non è pulito, non è sincero.
Così come la comunicazione che veicola pensieri falsi è come un veleno che ci fa star male e al limite può far ammalare il nostro pensiero, nel senso di fargli perdere il rapporto con la realtà.
Perché voler convincere qualcuno di una cosa falsa significa volerlo allontanare dal rapporto esatto con la realtà ed è quindi una violenza. Al contrario voler convincere qualcuno di una cosa vera significa cercare di portarlo ad una maggiore realizzazione. È il contrario della violenza. È amore per l’altro, è volere la sua realizzazione intesa come suo maggiore rapporto con la realtà.
La realtà qui va intesa senz’altro come realtà esterna con cui si ha rapporto quotidianamente nella veglia. Ma va soprattutto intesa come realtà umana intesa nella sua globalità, con cui si ha rapporto non solo quando si è svegli ma anche quando si dorme, nel pensiero del sogno.
La scoperta rivoluzionaria di Fagioli al fondo è questa: il pensiero si può ammalare per il rapporto interumano, quando questo è violento. La violenza del pensiero sta nell’agire un’idea di non esistenza dell’altro pur essendo in rapporto. È la pulsione di annullamento, che alimenta ed è alimentata dall’assenza di affetti. È l’anaffettività che fa dell’essere umano un automa.

Ma se il pensiero si può ammalare per il rapporto allora è anche possibile che questo guarisca con un rapporto. È qui la fondazione della psichiatria come medicina della mente.
Comprendere e sapere il senso delle cose è possibile e anzi necessario. È necessario combattere l’anaffettività e sviluppare un’intelligenza che veda al di là dell’apparenza e abbia la capacità di sentire l’altro e il senso di quello che in verità ci sta comunicando.
I bambini hanno tutti spontaneamente questa sensibilità, perché essa è propria della nascita. È l’intelligenza più profonda e sensibile, quella che capisce senza bisogno di parole quando si ha di fronte qualcuno di cui aver paura e da cui scappare oppure qualcuno di cui ci si può fidare. È una sensibilità del corpo che solo poi, nel tempo, diventa pensiero.
Quanto tutto ciò abbia un importanza per chi come noi fa un giornale è enorme.
È necessario parteggiare per la verità, sempre.
Essere neutrali, non prendere posizione, non affermare cosa è vero e cosa è falso non è possibile: non è in realtà neutralità. Perché si configura come assenza di verità. E in quanto assenza è violenza.
Ma la valenza politica è ancora più straordinaria. Quanto la politica può cambiare se si comprende che quello che conta è comprendere il senso delle cose inteso come quel sapere che conosce e non annulla in nessun modo la verità umana più profonda?

L’azione materiale e quindi la politica, quando è guidata da una realtà di rapporto con gli altri visti nella loro verità di esseri umani non è mai violenta. È rapporto, è dialettica ma non può mai essere la violenza della sopraffazione, della negazione e dell’annullamento.
La politica di sinistra è volere il bene degli esseri umani. A questo scopo la politica di sinistra deve conoscere la realtà e la verità degli esseri umani. Che significa anche conoscere e sapere che cos’è la violenza degli esseri umani, per poterla combattere ed eliminare.
Perché la violenza non è la verità dell’identità e della nascita umana.
Il peccato originale non esiste.

L’editoriale di Matteo Fago è tratto da Left in edicola


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