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L’ondata di panico scatenata in Somalia con gli ultimi attentati ha riportato indietro nel tempo le lancette dell’orologio del terrore. Quando sembrava che la guerra contro i fondamentalisti shebab fosse a buon punto e la vittoria a portata di mano, come nel supplizio di Sisifo, ci si è ritrovati al punto di partenza: i partner di Al Qaeda e dello Stato islamico sono ancora forti, non intendono mollare la presa e l’addestramento di nuovi terroristi continua imperterrito. Al governo e ai suoi alleati non basta controllare le città importanti. Le campagne in mano agli insorti sono una sorta di caserma senza confini, dove la popolazione è soggetta alle angherie degli shebab, ma anche alla loro protezione e al loro sostegno.

La paura scatenata dalla consapevolezza della mancata vittoria sui fanatici, troppo spesso annunciata con enfasi e falso trionfalismo dalle fonti ufficiali, non ha investito soltanto la popolazione somala, che nonostante la quotidianità della guerra fratricida non si è mai abituata a convivere con la violenza. Ha penetrato anche le coscienze dei diplomatici che appaiono impotenti davanti allo scenario dell’ex colonia italiana.

L’Amisom (Africa mission in Somalia, la missione dell’Unione africana nel Paese del Corno d’Africa), per altro, ha annunciato che entro la fine dell’anno ridurrà il suo contingente – che ora conta 22mila uomini – di mille unità. Il ritiro di tutta la forza sarà completato entro la fine del 2020. Una boutade, probabilmente, perché se il contingente africano (che può vantare l’appoggio determinante di un gruppo di forze speciali americane) se ne dovesse andare gli islamici prenderebbero il sopravvento in un batter d’occhio.

È vero, il terrorismo in Somalia non è mai morto, ma questo rigurgito di attentati così efferati e crudeli non era stato previsto da nessuno. Il più sanguinoso degli attacchi, il 14 ottobre all’Hotel Safari ha provocato un numero impressionante, di morti – più o meno 400, secondo gli ultimi bilanci – e di feriti. Il conteggio è talmente pesante (e barbaro) che nessuno ha avuto il coraggio di rivendicare la carneficina.

Il fronte degli islamici in Somalia sembra compatto, omogeneo e teso a realizzare un obbiettivo comune. Sembra, ma non è così. Negli

L’inchiesta di Massimo A. Alberizzi prosegue su Left in edicola


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