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Potrebbe suonare come una smisurata sensibilità antropologica quella di riconoscere la romantica e suggestiva natura nomade ai rom ma, a guardare l’esito, non è altro che un “grande abbaglio culturale”. «Nella convinzione che tutti i rom fossero nomadi – spiega a Left, Elena Risi dell’Associazione 21 luglio – a partire dal 1984, alcuni legislatori regionali hanno cominciato a creare le ‘aree di sosta temporanea’ per soli rom, perché, in quanto nomadi, dovevano vivere nei campi». Sulla concezione, tutta italiana, si sono basate «le politiche nazionali e locali che hanno investito sempre più risorse in questi luoghi, concentrando energie su azioni volte alla segregazione piuttosto che all’inclusione, fino a diventare i posti che sono oggi», continua. A parte il fatto che «solo il 3 per cento dei rom è effettivamente nomade, in genere perché legato a lavori stagionali, ma, poi, chiamarli ‘campi nomadi’ è di per sé un controsenso se si pensa che le persone che vivono nelle baraccopoli istituzionali sono ormai giunte alle seconde e terze generazioni», specifica l’operatrice dell’Associazione 21 luglio.

Ma tant’è: l’Italia rimane il Paese dei campi. E sebbene la stragrande maggioranza dei rom non viva situazioni di disagio socio-economico, i campi rimangono ancora la loro (nostra) rappresentazione nonché una (loro) emergenza. «I dati dimostrano come i rom che vivono in condizioni di emergenza abitativa siano, in realtà, solo la parte più visibile ma non quella maggioritaria dell’intera comunità: molti rom che vivono in casa, lavorano e hanno una vita come tanti nemmeno dichiarano la loro etnia sia per non subire discriminazioni sia perché, in effetti, non ce ne sarebbe ragione», precisa Risi.

E, però, lo stigma di zingaro nomade e le decennali scelte governative sull’onda di questa impostazione sono sfociate in emergenza abitativa. «Non si hanno dati precisi che indichino il numero totale di rom presenti in Italia – continua – ma le stime si mantengono all’interno di una forbice molto ampia, compresa tra le 120 e le 180mila unità. Secondo il nostro monitoraggio, sono 28mila i rom in emergenza abitativa in Italia, di cui 18mila risiedono all’interno di insediamenti formali (baraccopoli istituzionali) gestiti totalmente dalle autorità pubbliche e 10mila vivono tra insediamenti informali e centri di accoglienza per soli rom: in tutti i casi, si tratta di luoghi monoetnici e segreganti dove le condizioni igienico-sanitarie sono al di sotto degli standard internazionali».
Prova ne sia la preoccupazione espressa di recente dal Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, affermando che è quanto mai necessario introdurre misure per «prevenire l’assenza di alloggio, cessare gli sgomberi forzati e chiudere gli insediamenti e i centri di accoglienza per soli rom esistenti, attraverso l’offerta di alternative abitative ordinarie ed effettivamente integrate alle famiglie coinvolte».

La fase emergenziale si è cronicizzata e, secondo quanto si legge nel Rapporto sullo stato dei diritti in Italia, redatto dall’associazione A buon diritto e pubblicato il 10 novembre scorso, «l’Italia continua a progettare e finanziare un sistema abitativo parallelo e riservato ai soli rom, con concentramento, di fatto, articolato su base etnico-censuaria». L’approccio rimane quello storico: ghetti, controllo, repressione generalizzata e nessuna progettualità a lungo termine. La scelta del governo, fatta al momento del varo della Strategia nazionale di inclusione sociale dei rom, dei sinti e dei caminanti, nel 2012, «di demandare ai governi regionali e alle amministrazioni locali la sua attuazione – si legge nel Rapporto – può ormai essere giudicata in tutto il suo fallimento». «Politiche ventennali realizzate su base etnica – conferma Elena Risi dell’Associazione 21 luglio – e destinate ai rom in quanto rom (e non come risposta al reale bisogno sociale) hanno, negli anni, alimentato il circolo di povertà ed esclusione, ostacolando le famiglie rom svantaggiate e traducendosi in barriere per l’accesso ai diritti umani fondamentali, come l’alloggio e l’educazione scolastica».

Tradotto: ancora nel 2017, ai rom per esigere diritti tocca attendere di essere inseriti in qualche piano pluriennale o aspettare la prossima emergenza.

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