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Nere, poverissime e vittime di continui abusi. Anche sessuali. È la condizione di vita e di lavoro delle lavoratrici domestiche brasiliane, perlopiù di origine africana, su cui si sta alzando il velo del silenzio, grazie agli studi di antropologi, alle lotte dei sindacati e delle associazioni di donne. Quella cappa di piombo che circonda decenni di violenze e di sfruttamento e che richiama alla memoria il passato schiavista messo in atto dai padroni bianchi, è imbarazzante. Visto che ad aggredire e a violentare sono stati anche gli uomini della sinistra brasiliana. «Era qualcosa di diffuso negli anni 70 e 80, un fenomeno tollerato, perché c’era l’idea che si trattasse di una forma di iniziazione alla sessualità», racconta Valeria Ribeiro Corossacz, docente di Antropologia all’Università di Moderna e Reggio Emilia e autrice del libro Bianchezza e mascolinità in Brasile. Etnografia di un ceto dominante (Mimesis, 2016). Nel libro, che nel 2018 in versione aggiornata sarà pubblicato negli Usa (White middle class men in Rio de Janeiro. The making of a dominant subject, Lexington Books Latin American Gender and Sexualities, la docente ha intervistato uomini, esponenti della classe medio alta brasiliana traendone un quadro che permette sia di comprendere i rapporti tra i sessi in Brasile che aprire soprattutto uno squarcio su un mondo, quello delle lavoratrici domestiche che tradizionalmente sono sempre state considerate come “invisibili”, persone “senza storia”.

E invece la realtà, dice Ribeiro Corossacz, è ben diversa. Impegnata sul campo in Brasile da circa vent’anni, ha esteso la sua ricerca proprio a loro, le lavoratrici domestiche. Una categoria da cui si sono staccate le assistenti familiari più “professionalizzate”, proprio per il lavoro di cura alle persone anziane o disabili alle quali si dedicano. Le badanti. «Si stanno autonomizzando, hanno acquisito una loro specializzazione – continua – . Ma in generale tutte le lavoratrici domestiche negli ultimi 10-20 anni sono state protagoniste di grandi lotte per ottenere dei diritti. Un movimento che si è scontrato con la resistenza delle classi benestanti», sottolinea la ricercatrice. Al primo posto delle rivendicazioni il fatto che il lavoro domestico venga equiparato agli altri. Badanti e colf unite per i riconoscimento dei loro diritti «in un mercato del lavoro in cui c’è precarietà e sfruttamento e a cui si aggiunge il razzismo». «Sono donne nere, povere, che vengono da storie molto dure di violenza e miseria. Ecco, quella classica figura di donna rappresentata tradizionalmente come vittima incapace di fare un discorso politico si è presentata invece come soggetto politico capace di articolare una piattaforma di lotta», continua Valeria.

C’è differenza con l’Italia dove le lavoratrici domestiche sono perlopiù straniere e quindi non radicate nella società, in Brasile gli abitanti di origine africana sono il 50 per cento della popolazione. Ma in un aspetto la situazione è simile. «Il silenzio. Lo trovi ovunque, anche in Brasile, perché è un modo per resistere, per andare avanti. Il silenzio non è acconsentire, questo va detto. Le donne che tacciono di fronte alla violenza spesso valutano l’impossibilità di prendere la parola perché sarebbe un peso, perché andrebbero incontro ad altre forme di oppressione che sanno di non poter affrontare in quel momento. Questo silenzio va riconosciuto anche come forma di reazione, non come una passività», sottolinea Valeria Ribeiro Corossacz.

Il modo per uscire da situazioni difficili è la fuga e l’alleanza con altre donne. Ma negli ultimi tempi le cose sono un po’ cambiate. «Sono stata in Brasile questa estate e ho trovato una situazione sensibilmente peggiorata, in conseguenza dell’aggravarsi delle politiche conservatrici nei diritti sociali e previdenziali portate avanti dall’attuale governo» di Temer, accusato, ricordiamo, di aver ideato un “golpe” parlamentare che ha di fatto destituito la presidente Rousseff, che invece era stata eletta democraticamente. Ma non per questo cessa la mobilitazione delle donne, «le attiviste del sindacato delle lavoratrici domestiche sono impegnate a diffondere informazioni sui diritti delle lavoratrici domestiche, sulla necessità di battersi per il riconoscimento della dignità del loro lavoro, nel contrasto di molestie psicologiche e sessuali e nella lotta contro il razzismo», conclude la ricercatrice. Un movimento che cerca di uscire dal silenzio, da quel lavoro domestico che è solo la punta di un iceberg, «sotto la quale scavare per osservare diversi livelli di diseguaglianze», scrive Valeria, e che è necessario assolutamente conoscere per affermare i diritti di queste donne ma anche per far diventare un Paese veramente democratico e civile.

Su Left n.47 di sabato 25 novembre, un focus sugli abusi sulle badanti straniere in Italia

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