Poco meno di sette milioni di donne tra i sedici e i settanta anni, circa una su tre, hanno subito una qualche forma di violenza fisica o sessuale, dalla molestia allo stupro. Centoventi tra loro, solo nel 2016, sono state uccise da un marito, fidanzato o un convivente. A nulla è servito l’inasprimento delle pene per i delitti commessi in famiglia previsto dalla legge contro la violenza di genere del 2013. E, pure nel 2017, la media è di una vittima ogni tre giorni.

Un quadro allarmante, quello italiano, che ha portato la sottosegretaria alla presidenza del Consiglio con delega alle Pari opportunità, Maria Elena Boschi, ad annunciare il lancio, ad inizio settembre, del nuovo Piano nazionale antiviolenza 2017-2020. Ma, nel momento in cui andiamo in stampa, il testo è ancora tutto da definire.
Per ora, sono state discusse presso la Conferenza Stato-regioni soltanto le bozze di un “Quadro strategico nazionale sulla violenza maschile contro le donne” e delle “Linee guida nazionali per le aziende sanitarie e ospedaliere”. E gli auspici non sono certo dei migliori. «Abbiamo partecipato sin da febbraio al confronto col dipartimento per le Pari opportunità, in quanto membri del Osservatorio nazionale contro la violenza, per la stesura dei documenti base del Piano antiviolenza governativo, ma alla fine ci siamo trovati per le mani un testo che non ci piaceva». A denunciarlo è Lella Palladino, presidentessa di Dire, associazione che mette in rete oltre 80 centri anti violenza. «La ministra Boschi in un incontro ci disse, con grande franchezza, “ascolto tutti ma decido io”. Peccato che la Convenzione di Istanbul del 2011 non prescriva solo di ascoltare le voce delle operatrici, ma persino di tener conto delle loro pratiche e metodologie». Tanta cordialità, insomma, ma poca voglia di ascoltare. E di collaborare fino in fondo. «Non abbiamo avuto modo di leggere il documento finale», aggiunge. «E, da quanto è trapelato, molte cose non ci convincono».

Per prima cosa, i centri rimarrebbero esclusi dalle Cabine di regia nazionale e regionali che gestiranno operativamente gli interventi, aperte solo ad attori istituzionali (ministeri, rappresentanti di regioni ed enti locali). Inoltre, non ci sono garanzie economiche chiare. «L’unica cosa che sappiamo per certa è lo stanziamento approvato in Conferenza Stato-regioni, di 12,7 milioni di euro per il 2017 – spiega Palladino -. La ministra Boschi ha poi annunciato che nella prossima legge di bilancio i fondi saranno triplicati, ma rispetto ai proclami e agli annunci siamo cauti…

L’articolo di Leonardo Filippi prosegue su Left in edicola


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