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Sulla complessa vicenda del Monte dei Paschi di Siena, contrassegnata da inchieste giudiziarie e morti sospette, abbiamo alcuni fatti certi, su altri possiamo fare delle ipotesi, su altri ancora dobbiamo fermarci alle coincidenze ed essere prudenti su ogni considerazione. Vi sono infine circostanze su cui il mistero è così fitto da impedirci ogni riflessione. Non sappiamo anzitutto cosa abbia spinto il colosso Abn Ambro ad acquistare, nel 2006, una banca italiana nota già allora per il suo stato disastroso. Eppure il gruppo olandese scala l’Antonveneta spendendo 7,3 miliardi di euro. Quando Abn Ambro entra in difficoltà, intervengono tre grandi banche europee: nel maggio del 2007 lo spagnolo Santander, la Royal Bank of Scotland e il colosso belga Fortis acquistano Abn Ambro investendo 71 miliardi. Sono operazioni che coinvolgono, badate bene, le più grandi banche europee.

Il Banco di Santander, legato all’Opus Dei, è interessato al ramo italiano e sudamericano del gruppo olandese, che nel complesso paga 19 miliardi (di cui 6,6 per Antonveneta). Antonveneta però è vicina al fallimento, cosicché i dirigenti del Santander (Botin e Gotti Tedeschi, personaggio di cerniera di tutto l’affare noto per essere stato dal 2009 al 2012 presidente dello Ior) contattano il Monte dei Paschi di Siena per verificarne la disponibilità all’acquisto. L’operazione avviene tra il 2007 e il 2008 e si conclude rapidamente, cosicché il Santander può, con i soldi ricevuti dal Monte, perfezionare l’acquisto di Antonveneta girando la cifra incassata ad Abn Ambro. In sostanza, Mps versa 9 miliardi per una banca – che ha anche più di 7 miliardi di debiti nei confronti di Abn Ambro, i quali ora sono a suo carico – che era appena stata acquistata, senza pagarla, per 6,6 miliardi. Abn Ambro, Fortis e la Royal Bank of Scotland falliscono subito dopo. Santander si salva, forse perché al suo posto fallisce Mps. Non è pensabile che operazioni di questa portata avvengano all’oscuro degli organi di vigilanza nazionali e internazionali. Più nello specifico, non è pensabile che l’operazione Mps-Antonveneta non sia stata vagliata dagli organi stessi, o che questi siano stati tenuti all’oscuro o messi di fronte al fatto compiuto. E c’è un particolare che merita attenzione: Mps accetta la condizione imposta dal Santander che l’Antonveneta venga acquistata senza effettuare la due diligence cioè senza il controllo dei conti della banca stessa. Cosicché si trova sul groppone, oltre ai 9 miliardi spesi per l’acquisto, altri 7 miliardi di debiti da onorare. Al tempo il governatore della Banca d’Italia, cioè dell’istituzione che avrebbe dovuto vigilare sull’operazione, era Mario Draghi. Quest’ultimo era anche presidente del Financial stability board, massimo organo di controllo del sistema finanziario internazionale.

Capo della vigilanza della Banca d’Italia era Anna Maria Tarantola, cattolica, giunta in quella posizione su chiamata di Draghi nel 2006, mentre direttore generale era Fabrizio Saccomanni. Tutti personaggi promossi in seguito ad incarichi assai più prestigiosi. Difficile pensare che quelle promozioni, come la nomina di Draghi a presidente della Bce, siano state ottenute per aver vigilato con attenzione sulla gigantesca operazione. Regista dell’acquisizione di Antonveneta da parte di Mps è stata dunque la finanza cattolica. In particolare la banca vicina all’Opus Dei – che solo per aver trasferito una banca sull’orlo del fallimento, l’Antonveneta, da Abn Ambro al Monte dei Paschi – ha guadagnato quasi 2 miliardi e mezzo di euro. Forse anche per questo gli inquirenti sono alla ricerca di una presunta tangente di oltre un miliardo che potrebbe essere transitata in parte sui conti dello Ior, conti che, come è noto, risultano quasi del tutto inaccessibili alle autorità giudiziarie extravaticane. Quanto sommariamente qui ricostruito si trova descritto nei dettagli nel volume di E. Lannutti e F. Fracassi, Morte dei Paschi. Dal suicidio di David Rossi ai risparmiatori truffati. Ecco chi ha ucciso la banca di Siena (PaperFirst, 2017), al quale rimandiamo. Veniamo ora all’aspetto più…

L’articolo di Andrea Ventura prosegue su Left in edicola


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