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Mutasim pensava fosse una bella notizia, l’ottenimento dello status di rifugiato in Israele, un anno fa. Che fosse il primo di una lunga serie di riconoscimenti. Non è stato così: da allora le politiche di respingimento dei richiedenti asilo africani in Israele si sono inasprite. Fino all’accordo reso noto dalla stampa due settimane fa: il governo di Tel Aviv pagherà 5mila dollari al Ruanda per ogni rifugiato deportato nel Paese centrafricano.
Avevamo incontrato Mutasim Ali tre anni fa a Tel Aviv. Ci aveva accompagnato per le strade dei quartieri meridionali della capitale, una galassia a sé stante, lontana anni luce dai bistrot e i grattacieli. A dividere i due mondi – quello dei rifugiati e quello dei cittadini israeliani – è la stazione centrale, ufficiosa frontiera tra il degrado dei ghetti di Neve Shaanan, Shapira e Hativka e l’inclusione del centro. Tra gli appartamenti fatiscenti dove vivono in dieci e gli attici che si affacciano sulla spiaggia.

In mezzo alle botteghe dei barbieri e i mini market, tra i materassi di Levinski Park – “casa” per decine di africani – e gli internet point con all’ingresso immagini della Vergine Maria, Mutasim ci aveva raccontato il suo passato e il suo presente: la fuga dal Darfur dove per la sua attività politica era stato arrestato tre volte e torturato; e il limbo israeliano, in attesa di un pezzo di carta che ne attestasse lo status di rifugiato. «Sono fuggito dal conflitto e dal genocidio in Darfur. Là studiavo geologia, mi sono laureato. Poi ho deciso di scappare in Egitto, non certo il posto migliore per chiedere protezione – ci disse -. L’Egitto ha relazioni stabili con il Sudan e le autorità del mio Paese hanno una presenza importante, potevo essere rintracciato in qualsiasi momento. Per questo ho scelto Israele: speravo che un popolo di ebrei, sopravvissuti a un genocidio, comprendesse la mia situazione e mi accogliesse. Ma una volta entrato sono stato subito arrestato dall’esercito per qualche settimana. Dopo il rilascio, mi hanno dato un biglietto dell’autobus per Tel Aviv. Senza sostegno, senza informazioni. Era il 2009. Da allora vivo qui. Oggi lavoro in un hotel a 5 stelle a nord della città, sono fortunato».

Sì, Mutasim – nel frattempo diventato uno dei simboli della lotta dei migranti, loro portavoce – è stato fortunato. Ha vinto alla lotteria: dal 2009 ad oggi l’asilo politico è stato riconosciuto solo a otto eritrei e due sudanesi. Su…

L’inchiesta di Chiara Cruciati prosegue su Left in edicola


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