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Ottanta euro per tre anni – solo se hai il reddito inferiore a 25mila euro: 960 euro il primo anno di vita, la metà, 480, il secondo e il terzo. Questo, in teoria, per cercare di invertire la tendenza della denatalità, confermata dall’Istat nel rapporto “Natalità e fecondità” del 28 novembre scorso: dal 2008 al 2016 in Italia le nascite sono diminuite di 100mila unità, si legge. Non sono state sufficienti le nascite di figli di immigrati a frenare il trend negativo (il tasso di fecondità delle donne straniere è 1,9 contro 1,3 di quelle italiane). E non è certamente stato sufficiente il “Bonus bebè” per “incentivare” le nascite: una volta messi al mondo, non ci sono gli asili dove farli crescere. O, almeno, non ce ne sono abbastanza. È quanto emerge dal nuovo rapporto dell’Istat Asili nido e altri servizi socio-educativi per la prima infanzia, in rifermento all’anno educativo 2014/2015: i Comuni hanno ridotto del 5 per cento la somma destinata ai servizi socio-educativi rivolti alla prima infanzia (1 miliardo 482 milioni di euro totali stanziati), portando le famiglie a contribuire economicamente di più rispetto all’anno precedente; nel Mezzogiorno solo 10 bambini su 100 hanno accesso agli asili nido.

Infatti, chiarisce l’Istat nel rapporto, solo il 22,8 per cento dei bambini di età inferiore ai tre anni può godere dei servizi socio-educativi messi a disposizione da enti pubblici e privati. Molto più grandi i primi dei secondi, offrono il 51 per cento dei posti complessivi. E non solo: è aumentato il divario tra Nord e Sud. Nelle regioni settentrionali, circa il 30 per cento dei bambini trova un posto nelle strutture pubbliche; in quelle meridionali, il 10 per cento. Nelle isole, solo il 14. I comuni hanno impegnato il 5 per cento in meno del denaro rispetto all’anno precedente, obbligando le famiglie a contribuire sempre di più alle spese per gli asili dei figli. Il divario tra Nord e Sud è cresciuto, se si considera che Trento e Venezia spendono rispettivamente 3.545 e 2.935 euro per bambino residente e Catanzaro e Reggio Calabria 38 e 19 euro.

Per questo, i carichi familiari imposti, impediscono a molte donne di lavorare. O, almeno, di farlo full time: il tasso di lavoro delle donne tra in 25 e i 49 anni, con figli in età prescolare, è inferiore a quello delle donne senza figli. Molte di loro, specie nel Mezzogiorno, affermano che sarebbero disposte a entrare nel mondo del lavoro, se solo fossero alleggerite dai carichi familiari.

Sono 357.786 i posti messi a disposizione per i neonati dalle 13.262 unità sul territorio nazionale, coprendo 22,8 bambini su 100. Cifra, questa, ancora molto lontana da quella suggerita dall’Unione Europea (33 su 100) per incentivare una maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Obiettivo, quest’ultimo, raggiunto solamente in alcune regioni centro-settentrionali come Valle d’Aosta, Umbria ed Emilia Romagna. Per il resto, c’è ancora molto da fare.

Forse non sono sufficienti poche centinaia di euro per far aumentare la natalità: iniziare a dare a tutte le coppie  – italiane e straniere – un posto per far crescere i propri figli, alleggerendosi di alcuni carichi, darebbe più possibilità tanto ai bambini, quanto ai genitori.

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