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Mercoledì 13 durante l’udienza per il processo sulla morte di Fabiano Antoniani, Dj Fabo, sono scese lacrime non solo alla madre e alla fidanzato di Fabiano: ha pianto la pm Tiziana Siciliano, ha pianto Giulio Golia (che dj Fabo l’ha intervistato per la trasmissione Le Iene), hanno pianto i giudici popolari e hanno pianto tra il pubblico.

Marco Cappato, lucido come si è lucidi quando si sa di combattere una battaglia giusta, addirittura doverosa, ha ripetuto per l’ennesima volta che e persone “sottoposte a sofferenze terribili con malattie irreversibili hanno il diritto di scegliere come morire, è un diritto umano fondamentale” e quindi “era un dovere aiutare Fabiano, sono responsabile di averlo aiutato”.

Quelle lacrime sono un quadro. Dipingono l’incaglio in cui sbatte la faccia una legge ingiusta (e una legge che manca) che vorrebbe occuparsi della manutenzione degli affetti e delle vite degli altri, infilando le unghie in quelle parti di cuore così teneramente personale da appartenere a un amorevole cerchia ristretta di persone che, solo loro, hanno il vocabolario giusto per leggere il dolore di qualcuno.

Racconteremo ai nostri figli che a Milano si è celebrato (è successo e succederà ancora) un processo che ha anticipato i tempi perché i tempi, nel frattempo, avevano perso la strada giusta. Quelle lacrime sono le infiltrazione di un argine che ormai non tiene più e chiede con forza una legge sul biotestamento che forse sta arrivando davvero.

Ed è un’eclissi di giustizia, seppur dolorosa, bellissima.

Buon giovedì.

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