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Lo Stato irresponsabile. Il caso Cucchi è un libro importante. Uno di quelli che dovrebbe essere letto nelle scuole e che ognuno di noi dovrebbe avere nella libreria di casa. Questo libro infatti non parla di Stefano Cucchi, o almeno non solo della nota e tragica vicenda giudiziaria che ha visto un piccolo consumatore di droga morire di botte in carcere.

Il volume, frutto del lavoro corale svolto da professori e studenti dell’Università di Urbino e pubblicato dalla casa editrice Aracne di Roma, partendo dall’analisi sociologica e antropologica del caso Cucchi, indaga i punti nevralgici dell’ossatura democratica e giudiziaria del nostro Paese. Ed è da qui che scaturisce la domanda di fondo del libro: chi è responsabile di questa morte? E in secondo luogo, se un cittadino è morto mentre era sotto la tutela dello Stato, allora quella morte può riguardare ognuno di noi? Le risposte, quando ci sono, non sono affatto rassicuranti ma conoscere quello che ci è concesso sapere, andando oltre la verità processuale che è spesso cosa ben diversa dalla verità dei fatti, diventa un obbligo civile per ogni cittadino consapevole.

Per capire quanto alta e importante sia la posta in gioco, è necessario fare un passo indietro e scomodare le teorie di Hobbes e Weber sui fondamenti giuridici-filosofici dello Stato moderno: questo nasce infatti da una legittimazione non più divina, idea naufragata e superata, ma da un patto sociale tra i suoi stessi cittadini che riconoscono lo Stato “come apparato di forza per costringersi reciprocamente nei giusti limiti e garantirsi gli uni contro gli altri. Vogliono la violenza legittima dello Stato, prevedibile perché segue regole precostituite, per proteggersi contro la violenza illegittima e incontrollata” come scrive il professore Luigi Alfieri nell’introduzione, che ricorda anche che “lo Stato è apparato di forza, ma il cittadino non è inerme di fronte a esso: contribuisce a crearlo e a dirigerlo. In linea di principio quell’apparato è subordinato al cittadino, e non viceversa”. Ecco che quindi il caso Cucchi rappresenta una messa in discussione radicale del paradigma di legittimazione “popolare” al potere statale dell’uso della forza.

Insomma se lo Stato è espressione dei cittadini, perché un cittadino è morto in carcere mentre era in attesa di una pena per il suo (piccolo) reato? Il motivo ce lo dicono le relazioni degli avvocati della difesa, ma non solo quelle: Stefano Cucchi è morto perché non era nessuno.

“È successo che Stefano non è mai stato considerato un soggetto di diritti- scrive ancora Alfieri- È stato considerato un portatore di disordine, un disturbo, un piccolo noioso intralcio all’ordinario corso delle cose. Un “arrestato della notte” preso nel mucchio, quasi per caso. All’udienza di convalida dell’arresto lo si scambia per un albanese. I giudici neppure lo guardano in faccia. Neanche l’avvocato d’ufficio lo fa”.

Cucchi era dunque uno “scarto”, un “residuo”, un “arrestato della notte”, una di quelle figure per le quali le garanzie procedurali dello Stato di diritto non esistono perché, nella migliore delle ipotesi, si riducono a pratiche sommarie e nella peggiore a sopraffazione.

Gli “arrestati della notte” sono quelli per i quali la comunità affida un mandato esplicito al carcere con il compito, nemmeno troppo taciuto, di togliere di mezzo chi produce disordine.

“Su di loro, in particolare se tossicodipendenti- scrive l’avvocato della famiglia Cucchi, Alessandro Gamberini- si svolge una routinaria e approssimativa procedura che vale a garantire a molti la custodia in carcere. Coloro che tra essi, e sono i più, non sono neppure cittadini italiani sono ulteriormente esposti alla sommarietà del rito. Rispetto agli “arrestati della notte” il processo è e rimane ad armi impari, essendo il patrocinio a spese dello Stato un palliativo inefficiente e insufficiente e il pregiudizio sociale pervasivo”.

Ed è proprio sul funzionamento della macchina giudiziaria, secondo grande tema oltre a quello della marginalità di alcuni cittadini, a focalizzarsi l’attenzione di questo volume. Si scopre così che le modalità con le quali si svolge la convalida dell’arresto sono a dir poco agghiaccianti, come lo sono il continuo rimpallo di accuse tra medici ed agenti sulla morte di Stefano, come terribili- per modus operandi e conclusioni- sono le perizie svolte per provare una o l’altra ipotesi sulla causa del decesso.

Ma le più gravi distorsioni di ordine procedurale, giuridico e perfino etico si producono quando il primo aspetto, quello dell’irrilevanza del reo, si combina con il secondo, il funzionamento della giustizia. Quando insomma la macchina della giustizia incontra un piccolo tossicodipendente arrestato di notte. Sono state addirittura 140 le persone che incontrarono Stefano nei sei giorni che trascorsero tra il pestaggio e la morte. Nessuno di loro ha interrotto (per negligenza, complicità o semplice indifferenza, è ancora tutto da stabilire) questa spaventosa concatenazione di eventi che porterà il giovane geometra romano alla morte.

È sugli ultimi, in definitiva, che si misura la validità di un sistema giuridico democratico, rappresentando la cartina di tornasole per comprendere se l’apparato statale odierno ha lasciato definitivamente alle spalle la legittimità dalla natura divina per abbracciare la concezione moderna di tutela e di garanzia dei diritti erga omnes.

“Stefano invece è incappato in un sistema che respinge i cosiddetti scarti, quelli che non contribuiscono all’utilità comune. Lo Stato lo avrebbe forse punito- conclude Alfieri- riconoscendolo però come persona e come cittadino. Ma lo Stato non c’era. Stefano non lo ha mai incontrato”.

Attenzione però in certe condizioni e situazioni “ognuno di noi- afferma infine Alfieri può finire nella categoria degli “scarti”, perché ci troviamo nel posto sbagliato al momento sbagliato”.

Anche le famiglie di Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva, Stefano Gugliotta, solo per fare alcuni nomi, sanno bene, purtroppo, cosa significa.

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