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Due pugni, un uomo nero e nessun Paese. Nessuna pace. Sul suo ring nessuna bandiera. Quando era bambino è stato spedito dalla Nigeria al Regno Unito, dove è stato forzato alla schiavitù domestica. Le uniche cose che l’hanno salvato dalla tristezza e dal dolore del suo destino sono stati i suoi due pugni. Kelvin Fawaz oggi è un atleta apolide, un campione di boxe, un peso medio che ha già rappresentato la Gran Bretagna sei volte sul ring e adesso è stato arrestato. Si stava allenando nella sua palestra, prima che i poliziotti in divisa facessero irruzione pochi giorni fa e lo portassero al Tinsley House, un centro di detenzione per migranti a Londra, pronto ad essere deportato.

Kelvin è arrivato dalla Nigeria quando era ancora bambino, ma indietro non può tornare: della patria che gli ha dato i natali non è cittadino. Eppure il processo per rispedirlo indietro è già cominciato. Quello che non gli è stato neppure offerto nel centro di detenzione è stato il diritto di chiamare il suo avvocato, Aisha Noor.

Quando aveva otto anni, sua madre, una migrante del Benin, è morta in Nigeria. Uno zio gli ha detto che lo avrebbe mandato dal padre, a Londra, un padre che Kelvin però non incontrerà mai. Nella capitale a 14 anni è stato forzato a cucinare e pulire, chiuso in una casa dove veniva affamato e picchiato da uomini di cui non conosceva l’identità. Senza famiglia né amici, disperato, scappò. Fu arrestato per guida senza patente e possesso di cannabis nel 2007 e per questi piccoli crimini oggi, dieci anni dopo, gli è stato negato il permesso di lavoro. Nel 2012 si è sposato con un’atleta, ma il matrimonio è stato dichiarato nullo: Kelvin si è sposato quando il suo status di migrante regolare non era valido.

Il Team britannico delle Olimpiadi adesso ha scritto all’Home Office, l’ufficio migrazione, a suo nome, per bloccare questa assurda causa di detenzione e rimpatrio. Kelvin non potrà partecipare alle Olimpiadi, come gli era stato proposto dalla federazione britannica del pugilato, perché lo stesso ufficio gli nega l’emissione di un visto di lavoro e non considera la sua richiesta di lavoro. La pratica è stata rifiutata e mandata indietro dal Governo. Kelvin oggi ha 29 anni, ma è da quando ha compiuto la maggiore età che tenta di vivere da cittadino onesto del Paese in cui è cresciuto: la Gran Bretagna. Ha scritto a tutti i governi dei Paesi che potevano favorire l’emissione del visto di lavoro: alle commissioni nigeriane, a quelle del Benin e del Libano, Paesi natali dei suoi genitori. Ma nulla è valso a qualcosa o servito a procedere: la prima richiesta è stata rifiutata nel 2006, la seconda nel 2010.

«È un pugile dal tremendo e infinito talento, lo sparring partner di molti combattenti» ha detto il suo promotore, l’ex campione del mondo Barry MaGuigan. «Ha la capacità di andare lontano, ha già portato gloria al Regno Unito molte volte, ne porterebbe ancora di più se le autorità gli consentissero di diventare un atleta combattente della squadra britannica». È tutto il mondo della boxe che ora si schiera fuori dal ring per lui, facendo appello alle autorità, compresa l’associazione della boxe inglese. Frank Warren, uno dei più grandi nomi del pugilato dell’isola, ha scritto all’ufficio migrazione per salvare “il talento eccezionale” del ragazzo, offrendosi di garantirgli un salario di 230mila sterline per tre anni, nel caso in cui per Kelvin fosse emesso un visto di lavoro.

Kelvin è un campione e lo sanno tutti. Tutti quelli che contano. «Questo è un ragazzo che dovrebbe guadagnare milioni di dollari, invece ha pulito la mia palestra per mangiare e per avere un tetto. Non ha fatto nemmeno richiesta di cittadinanza, vuole solo un permesso di lavoro. Potrebbe essere il campione del mondo, invece è in una cella, mentre la sua vita scompare» ha detto Aamir Ali, il proprietario della Stonebridge Boing Club, a nord di Londra.

Dal quadrato del ring a quello di una cella. Tutto quello che ha detto Kelvin è stato questo: «Se mi daranno un passaporto nigeriano, andrò in Nigeria. Ma la Nigeria dice che non c’è prova che io sia nato lì. L’Home Office ha sabotato la mia vita ancora ed ancora. Ogni opportunità che ho creato per me stesso, che mi ha permesso di contribuire al benessere di questo Paese, a pagare le tasse. Sono autorizzato a fare boxe per la Gran Bretagna, ma non a rimanere in questo Paese. Immaginatevi come ci si sente a rappresentare un Paese che ti volta le spalle e ti mette in quella che sembra una prigione».

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