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Della Catalogna si è parlato parecchio negli ultimi tempi. Dal referendum unilaterale di autodeterminazione del primo ottobre ne è passata di acqua sotto i ponti. Manifestazioni, dichiarazioni altisonanti, proclami, decisioni surrealiste, applicazione con rigore della legge e un largo eccetera. Ma cosa è successo dopo il 27 ottobre, giorno chiave in cui il Parlamento catalano ha votato la dichiarazione unilaterale d’indipendenza e il governo spagnolo ha commissariato la regione in seguito all’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione? Tutto e niente, in realtà.

Si è entrati in una strana fase, una specie di drôle de guerre politica, in attesa delle elezioni regionali del prossimo 21 dicembre. La grande tensione dei mesi scorsi è in buona misura scomparsa, ma tutto potrebbe riprendere dipendendo dai risultati di elezioni fuori dall’ordinario perché convocate dal premier spagnolo Mariano Rajoy in seguito all’applicazione dell’articolo 155 e perché alcuni dei candidati indipendentisti sono fuggiti all’estero o sono stati incarcerati preventivamente in attesa di un processo.

Anche per questo la campagna elettorale è molto accesa, più del normale. Per quanto sempre da prendere con le pinze, i sondaggi mostrano un panorama estremamente incerto con due blocchi contrapposti che si giocano la vittoria per un pugno di voti. Da una parte, i partiti indipendentisti che si presentano separatamente senza un programma comune: il centro-sinistra di Esquerra Republicana de Catalunya (Erc), il centro-destra di Junts per Catalunya (JxCat) – ossia, la lista dell’ex presidente Carles Puigdemont appoggiata dal Partit Demòcrata Europeu Català – e gli anticapitalisti della Candidatura d’Unitat Popular (Cup). Dall’altra i partiti denominati costituzionalisti: il centro-destra di Ciudadanos, la destra del Partido Popular (Pp) e il centro-sinistra del Partit del Socialistes de Catalunya (Psc). C’è chi guadagna voti e chi ne perde, ma la volatilità sembra che non contempli la possibilità che un indipendentista cambi idea e voti un partito costituzionalista e viceversa. Nel mezzo, cercando di rompere la gabbia della polarizzazione nazionale e di riportare il dibattito sulle questioni sociali, c’è la sinistra alternativa dei Comuns, ossia Catalunya en Comú-Podem, la confluenza creata sotto l’impulso della sindaca di Barcellona Ada Colau e appoggiata da Pablo Iglesias. I sondaggi non gli sono affatto favorevoli – non supererebbero il 9-10 per cento dei voti -, ma potrebbero essere l’ago della bilancia per formare un governo.

La partecipazione sarà molto alta – attorno all’80 per cento – perché tutti sono convinti che ci si gioca molto il 21 dicembre. E questo è indubbio. Si avrà il Parlamento più frammentato della storia della Catalogna democratica con il rischio di una ripetizione elettorale dietro l’angolo. Come nella Spagna dell’inizio del 2016. È questo uno dei possibili scenari, ma non l’unico. Non è detto infatti che i partiti indipendentisti non riescano ad ottenere la maggioranza dei seggi, anche grazie a una legge elettorale che li favorisce per la sovrarappresentazione del voto rurale: ci si troverebbe così nella stessa situazione dell’ultimo biennio. Un dejà vu, insomma. Che segnerebbe una dura sconfitta per Rajoy che vedrebbe convertita in assolutamente pirrica la sua “vittoria” del 27 ottobre con il commissariamento della regione.

Uno dei grandi interrogativi è però che cosa farebbero gli indipendentisti il day after. Dopo un bagno di umiltà e una serie di autocritiche non troppo sincere, Puigdemont e compagni hanno riaccelerato, almeno a parole, per mantenere mobilitate le proprie basi, contraddicendosi continuamente: un giorno parlano di rendere realtà la supposta Repubblica catalana – che non è mai stata proclamata -, mentre il giorno dopo dicono che abbandonano la via unilaterale e che lavoreranno sul lungo periodo per ottenere l’indipendenza della regione. L’unica costante dei loro discorsi, privi di qualunque programma di governo, è fare leva sul vittimismo, cercando di far passare l’idea che la Spagna è un paese demofobico e che l’Europa deve intervenire, facendo sbalordire con dichiarazioni euroscettiche che hanno il sapore della Brexit anche chi a livello internazionale simpatizza con la causa catalana. C’è grande confusione sotto il cielo, come diceva Mao Zedong.

Il fatto è che gli indipendentisti, che si scannano tra loro in una continua lotta per l’egemonia nello spazio nazionalista, non hanno idea di cosa fare né di come farlo: l’accelerazione suicida dell’ottobre ha dimostrato che nulla era pronto per separarsi dalla Spagna, che non esiste una maggioranza sociale a favore dell’indipendenza, che nessun Paese è disposto a riconoscere il nuovo Stato e che le imprese non ne vogliono sapere – sono circa 3mila quelle che hanno abbandonato la regione negli ultimi due mesi. Ma come spiegarlo ai circa due milioni di catalani che avevano creduto che la Catalogna si sarebbe convertita da un giorno all’altro in un Stato indipendente simile al Paese di Bengodi? Nessuno ha il coraggio di prendersi questa responsabilità e preferisce puntare tutto sull’utopia dell’indipendenza. E poi chi sarebbe il presidente? Puigdemont è latitante in Belgio e, per quanto la magistratura spagnola abbia revocato la richiesta di estradizione, se rimetterà piede in Spagna verrà immediatamente arrestato, mentre Oriol Junqueras, il leader di Erc, è in carcere. Si passerebbe ai numeri due o tre delle rispettive liste – personaggi di seconda o terza fila per intendersi – con un’ancora maggiore difficoltà per raggiungere un consenso. Ma tutto può succedere, come si è visto negli ultimi anni. Siamo davvero nell’epoca della post-politica, accompagnata da un uso indiscrimato di fake news e dalla sostituzione della razionalità con le emozioni.

Per quanto molto più difficili, non sono nemmeno da scartare altre due opzioni. In primo luogo, una vittoria dei partiti costituzionalisti che segnerebbe la fine di quello che è stato chiamato procés sobiranista e il ritorno alla legalità costituzionale. Il problema è capire chi guiderebbe il nuovo esecutivo: la giovane leader di Ciudadanos Inés Arrimadas o il navigato dirigente socialista Miquel Iceta? In secondo luogo, anche se il gioco dei veti incrociati renderebbe questa possibilità piuttosto improbabile, esiste anche l’opzione di un governo di centro-sinistra formato da Erc, i socialisti e i Comuns. Sarebbe una riedizione, in un contesto completamente diverso e con una differente correlazione di forze, del Tripartito che ha governato la Generalitat catalana dieci anni fa. Ma ci vorrebbe, oltre a una maggioranza che permetta di formare un esecutivo di questo tipo, anche un giro di 180 gradi da parte di Esquerra Republicana che dovrebbe accontentarsi di aspettare tempi migliori per il programma massimo dell’indipendenza. Sembra piuttosto difficile ora come ora.

Succeda quel che succeda il 21 dicembre, quel che è certo è che si è conclusa una fase della recente politica catalana. Si può fare un primo bilancio di quel che è successo negli ultimi mesi, le cui conseguenze segneranno il futuro della Catalogna e di tutta la Spagna.

In primo luogo, è indubbio che si è creata una frattura nella società catalana che mai era esistita. In molte famiglie e gruppi di amici non si parla di politica per evitare discussioni o litigi, sulle reti sociali gli insulti fioccano per chi pone in dubbio le verità rivelate degli uni o degli altri, le case sono piene di bandiere, non solo quelle indipendentiste, ma anche quelle spagnole. È una società spaccata in due e il rischio è che per ricostruire i ponti ci voglia una generazione.
In secondo luogo, per la prima volta il nazionalismo spagnolo ha fatto la sua comparsa nelle strade di Barcellona: non si tratta più delle concentrazioni di qualche decina di neofascisti, ma di migliaia e migliaia di persone – soprattutto i molti immigrati dal resto della Spagna degli anni 1950-70, e i loro figli e nipoti – che non avevano mai dovuto scegliere tra l’essere catalani o l’essere spagnoli. Non erano nazionalisti spagnoli, non lo sono nemmeno ora in gran parte, ma di fronte all’accelerazione indipendentista si sono mobilitati per paura e stanchezza.
In terzo luogo, si è ampliata ancora di più la divisione tra due Catalogne: quella rurale dell’interno, maggioritariamente indipendentista, e quella della costa, soprattutto Barcellona e la sua area metropolitana, maggioritariamente anti-indipendentista.
In quarto luogo, invece che passare “dalla post-autonomia alla pre-indipendenza”, come aveva dichiarato Puigdemont nel suo primo discorso da presidente, si è tornati alla pre-autonomia: le rivendicazioni dell’indipendentismo post-27 ottobre sembrano quelle del 1977, quando la Catalogna non era ancora una regione autonoma: Llibertat, Amnistia, Estatut d’Autonomía. Altro che nuovo Stato indipendente. Un passo indietro di quarant’anni.
In quinto luogo, le ricadute sulla politica e la società spagnola possono essere notevoli sia per la stabilità del governo in minoranza di Rajoy, sia per l’aumento di consensi di Ciudadanos – che si sta convertendo in un’opposizione di destra al Pp almeno sulla questione nazionale – sia per la rinascita di un nazionalismo spagnolo in tutto il Paese. In sesto luogo, anche se non vincerà le elezioni, l’indipendentismo sarà un attore politico importante nei prossimi anni. Come si potranno recuperare per un progetto comune circa 2 milioni di catalani che non ne vogliono più sapere nulla della Spagna? I tribunali non sono la risposta: ci vogliono la politica e il dialogo, che sono mancati completamente nell’ultimo lustro.

Come dichiarava recentemente Pablo Iglesias, l’indipendentismo «ha contribuito a risvegliare il fantasma del fascismo» in Spagna. I nazionalismi sono delle brutte bestie che una volta risvegliate è difficile addomesticare. E, in vista del 21 dicembre, quel che viene da chiedersi è: tutti, indipendentisti e non, ripeteranno gli stessi errori? Non ci resta che citare Gramsci, ispirato da Romain Rolland, con il suo ottimismo della volontà e pessimismo dell’intelligenza.

Il reportage di Steven Forti è tratto da Left in edicola


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