Si chiama Rete adriatica, è una “grande opera” di 687 kilometri che da Brindisi andrebbe ad allacciarsi alla rete settentrionale nel comune di Minerbio, in provincia di Bologna, un tubo netto e dritto il cui passaggio interessa ben nove regioni (nell’ordine: Puglia, Basilicata, Molise, Abruzzo, Lazio, Umbria, Toscana, Marche ed Emilia Romagna). Di “adriatico” il gasdotto ha in verità ben poco. Il tragitto era stato inizialmente pensato sulla costa, ma la Snam, l’azienda realizzatrice del progetto, ha spiegato in un secondo momento che sul litorale erano state riscontrate «criticità insuperabili» al punto da dover considerare una nuova rotta. Per paraetimologia, dunque, l’aggettivo resta, mentre il tracciato viene fissato più nell’entroterra sulla dorsale appenninica. Le aree attraversate sono le medesime tristemente note, specie negli ultimi anni, interessate da movimenti tellurici del tutto nuovi da un punto di vista geologico. Sono le zone remote dell’Italia centrale che subiscono lo spopolamento da oltre un secolo e in cui i terremoti da qualche tempo si scandiscono in ordine di decadi (ognuno di noi avrà memoria almeno degli ultimi: Accumuli, Amatrice e Norcia tra il 2016 e il 2017; Abruzzo, 2009; Umbria e Marche nel 1997). È l’Italia che l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia colora di viola, il livello cromatico massimo per pericolosità sismica, il più alto di tutta la penisola.

Scopo del progetto è portare nel centro dell’Europa il gas che è inizialmente partito dall’Azerbaijan e che è transitato per un luogo di cui in queste settimane tanto si è sentito parlare: il terminale del Tap (Trans adriatic pipeline), l’“allaccio” italiano al Southern gas corridor a Melendugno in Puglia. Con i riflettori mediatici saldamente puntati in territorio salentino – di fatto militarizzato per difendere dalle proteste dei cittadini l’opera in costruzione, un tratto di otto chilometri sulle coste pugliesi (v. pagine seguenti) – poco o nulla si dice del colossale progetto che porterà il gas azero dalla Puglia all’Austria. Per far luce sulla vicenda abbiamo seguito il percorso del “tubo” della Snam nelle zone martoriate dai recenti terremoti nelle Marche e in Umbria, incontrando i vari comitati cittadini dei comuni interessati dal progetto. «È sorprendente il fatto di aver appreso dell’esistenza di un’opera di tale portata per purissimo caso», racconta a Left, Aldo Loris Cucchiarini, portavoce del comitato No tubo e referente del Grig (Gruppo d’intervento giuridico onlus, ndr) per le Marche. «Siamo venuti a sapere del gasdotto attraverso lo studio degli albi pretori dei comuni, ma inizialmente non ne immaginavamo le dimensioni. Relegavamo tutto a una questione locale, e come è successo qui da noi ad Apecchio (in provincia di Pesaro Urbino, ndr) così era avvenuto in Puglia, in Abruzzo o in Umbria. Solo in un secondo momento ci siamo resi conto che si trattava di un’opera unica, un insieme di progetti apparentemente disgiunti, così presentati sui vari territori, che andavano invece a formare la Rete adriatica».

Il gasdotto si presenta infatti suddiviso in cinque tronconi: il Massafra-Biccari, già in esercizio; il Biccari-Campochiaro, in fase di costruzione; poi ci sono i due tronconi Sulmona-Foligno e Foligno-Sestino il cui procedimento è in corso; infine per il Sestino-Minerbio il procedimento si è chiuso e il decreto di autorizzazione è in fase di emissione. A detta di Cucchiarini e di altri rappresentanti dei vari comitati di opposizione, la suddivisione non è che un modo per «diluire “mediaticamente” e tecnicamente l’impatto del gasdotto». Viene in pratica fornita una Valutazione di impatto ambientale (Via) per ogni segmento, eludendo in tal modo la stima complessiva dell’intera opera. Oggi il comitato No tubo…

Il reportage di Dino Buonaiuto prosegue su Left in edicola


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