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Mohammad Afrazul, 45, era un lavoratore stagionale originario del distretto di Malda, Bengala occidentale. Era padre di tre figlie e da venti anni risiedeva per alcuni mesi dall’altra parte del Paese, nel distretto di Rajsamand, in Rajasthan. Afrazul era musulmano e lo scorso 6 dicembre è stato prima massacrato a colpi di accetta e poi, esanime, cosparso di kerosene e dato alle fiamme. Lo sappiamo, con dovizia di dettagli, grazie a un video girato con uno smartphone su esplicita richiesta dell’assassino, Shambulal Regar: 35 anni, ex piccolo imprenditore di Rajsamand da poco disoccupato, fervente ultrahindu. Nel video, registrato dal nipote di Regar nemmeno quattordicenne, si vede Regar attaccare Afrazul alle spalle, mentre la vittima implora di non ucciderlo; poi, col corpo del quarantacinquenne immobile sullo sfondo, Regar si rivolge alla sua audience, spiegando che questa è la fine che faranno tutti i musulmani coinvolti nella cosiddetta «love jihad», complotto ampiamente diffuso negli ambienti dell’ultradestra hindu secondo cui la comunità musulmana starebbe progettando una «sostituzione religiosa» sul lungo termine, seducendo le giovani ragazze hindu per poi obbligarle alla conversione. Due giorni dopo, le autorità del Rajasthan hanno rintracciato e arrestato Regar, al momento in stato di fermo in attesa del processo che lo vedrà imputato di omicidio.

La vicenda è ricca di elementi tanto crudi quanto allarmanti, in un mix che sovente, quando registrato in altre latitudini o a professioni di fede invertite, facilmente avrebbe catapultato il caso nella parte alta della classifica di notiziabilità seguita dai media globali. La tragica morte di Afrazul ha faticato a trovare spazio nell’agenda della stampa indiana, schiacciata com’era tra le elezioni locali dello Stato del Gujarat e l’elevazione del rampollo della dinastia Nehru-Gandhi, Rahul, alla guida dell’Indian national congress. Eppure…

L’articolo di Matteo Miavaldi prosegue su Left in edicola


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