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La realtà dell’immigrazione e dei rifugiati viene affrontata in “Oltre l’inverno”, il nuovo romanzo di Isabel Allende uscito in Italia per Feltrinelli.

Quando e perché ha deciso di scrivere su questo tema?

L’argomento del romanzo l’ho scelto prima che Trump fosse candidato alla presidenza degli Stati Uniti e quando è stato eletto ormai il romanzo era finito. Se è casuale la coincidenza con ciò che sta accadendo nel Paese, va anche detto che il problema esisteva già. Trump non ha inventato nulla, semplicemente ha dato voce a xenofobia e razzismo, a pregiudizi anti immigrati e a misoginia già presenti. Lui ha raccolto ciò che era seminato sotto la superficie.

Le preoccupa più Trump o chi l’ha votato?

Chi l’ha votato è sempre stato lì. Sono persone che la pensano come lui. Quando io arrivai negli Stati Uniti, trent’anni fa, dissi a mio marito Willy che questo Paese era potenzialmente molto fascista. Lui allora mi rispose che non lo conoscevo abbastanza e che era la culla della democrazia. Ma lui si riferiva alla California, da sempre roccaforte dei principi democratici. Ma nel resto del Paese ci sono settori della popolazione che hanno un’ideologia populista, nazionalista, che si sentono superiori al resto dell’umanità; sono estremamente razzisti. E poi hanno le armi. Ricordo di aver detto a Willy che se ci fosse stata una grande crisi, tutto questo sarebbe emerso d’un tratto, ed è ciò che sta accadendo adesso. Spesso si tratta di persone con un basso livello di istruzione e che non vedono oltre il proprio naso. Escono allo scoperto quando ci sono le circostanze che glielo permettono, come si è già visto in Europa e nel mondo. In Cile, ad esempio, accadde durante il colpo di Stato di Pinochet. In 24 ore ci ritrovammo…

L’intervista di Gabriela Pereyra a Isabel Allende prosegue su Left in edicola


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