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La giustizia è (dovrebbe essere) uguale per tutti ma lo sforzo che il sistema compie per ricorrere al carcere per i minori in maniera residuale è ancora troppo condizionato non dalla gravità del reato quanto dalla difficoltà, dovuta al profilo di radicale marginalità e fragilità sociale da cui provengono, di trovare per loro una collocazione in percorsi diversi dalla detenzione.
E, a giudicare dai risicatissimi numeri, si sarebbe potuto sospettare che quello stesso sforzo fosse maggiore nei riguardi delle ragazze rispetto ai ragazzi. No. I dati fanno scoprire l’esatto contrario: tra il 2007 e il 2016, infatti, le ragazze in carico agli Uffici di Servizio Sociale per i minorenni (USSM) erano l’11 per cento ma la percentuale di quelle entrate nei sedici Istituti penali per minorenni (IPM) è stata pari al 12 per cento.
“Le ragazze vanno ‘molto’ in carcere probabilmente non perché sono ragazze, ma perché sono prevalentemente straniere”, si legge nel quarto Rapporto Guardiamo Oltre, redatto dall’Associazione Antigone. La prevalenza straniera della componente femminile all’interno del circuito del sistema giudiziario minorile italiano non è una novità ma è un dato, erroneamente, ancora poco considerato.
Dal 2002 a oggi, le ragazze straniere hanno sempre rappresentato la maggioranza di quelle in ingresso, con percentuali sempre sopra l’80 per cento e sopra il 70 per cento negli IPM; per il 57 per cento minori di sedici anni contro il 38 per cento delle italiane, ben nove ragazze straniere non sono neppure quattordicenni mentre nessuna ragazza italiana ha meno di quattordici anni.
Nel primo semestre del 2017, le ragazze rappresentano il 9 per cento dei minori detenuti negli IPM e il 15 per cento degli ingressi nei Centri di prima accoglienza (CPA) e, mentre le ragazze italiane rappresentano solo il 6 per cento degli ingressi di minori italiani nei CPA e poco più del 5 per cento delle presenze italiane negli IPM, quelle straniere rappresentano il 25 per cento degli stranieri entrati nei CPA e il 13 per cento di quelli detenuti.
I freddi dati quantitativi poco dicono, però, sulle loro storie personali, le esigenze, le reazioni, i legami affettivi capaci di spiegare la condizione in cui si trovano. “Non condividiamo – si legge nel Rapporto – quella rappresentazione sociale che fa leva esclusivamente sulla condizione di vittima di queste minori, mettendo a fuoco unicamente lo choc psicologico o il dramma sociale. Preferiamo fare riferimento al concetto di crisi, il cui etimo rinvia a discernimento, racchiudendo, dunque, la possibilità di una scelta e la promessa di una opportunità”.
Adolescenti provenienti da una “prigionia a priori”, la trappola in cui, spesso, si trovano strette le loro vite non è che l’antitesi al carcere: il passaggio dall’infanzia all’essere adulte avviene in modi segnati, sotto pressione degli adulti di riferimento da cui fanno fatica a liberarsi perché appartenenti a contesti che risentono dell’assenza di fattori identitari e affettivi.
Serbe e bosniache, coinvolte, più che altro, in reati contro il patrimonio, “alcune ragazze – racconta nel dossier, la dirigente del Dipartimento per la giustizia minorile, Donatella Caponetti – manifestano la voglia di restare fuori dalla cultura rom, ma quando si ipotizza un progetto, si cercano strade e si trovano soluzioni, la famiglia le riassorbe nella cultura rom”.
Poco scolarizzate e tanto oppresse da un’idea, molto viva nella loro cultura, di un rapporto impari fra uomo e donna, le ragazze non sono consapevoli dei loro diritti e si rimettono a un ruolo predeterminato, inclusa l’accettazione del carcere come rischio ineluttabile che fa parte della loro esistenza.
“Belle, simpatiche, allegre, piene di vita. Gli si illuminano gli occhi quando fanno cose nuove. Hanno molte capacità di adattamento”, sostiene un’educatrice dell’IPM di Roma, Elisabetta Ferrari – ma non è affatto facile motivarle all’istruzione scolastica. Deprivate dalle esperienze precedenti, a volte, però, sono più determinate dei coetanei perché inseguono l’impegno a superare la condizione di detenzione (e non solo) come un riscatto personale e verso l’autonomia (di pensiero).
“Probabilmente – si legge nel Rapporto – la motivazione scatta quando si comincia a scoprire se stessi, le proprie capacità su cui contare, attuali o potenziali, interessi ignoti prima (…) che permettono di non negare più le proprie aspirazioni e di immaginarsi in progetti di una vita altra”. Anche (o soprattutto) dentro gli Istituti di pena è “la creazione di relazioni umane che danno senso alle esperienze, tutto si appoggia sul rapporto che si stabilisce”. Altrimenti, per esempio, “le ragazze, se si sentono osservate come animali rari, si contrappongono apertamente”, diversamente, (e se) reggono al “ricatto affettivo” della famiglia, riescono a sostenere la cesura netta con la distruttività. E a guardare oltre le sbarre.

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