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«Qui, un grande shock per noi, cara mia». La voce dolce di Suad Amiry si diffonde via whatsapp. Shock è una parola che pronuncia con coraggio, con l’audacia delle pagine dei suoi libri. Tra questi, c’è Golda ha dormito qui. Anche Golda Meir, primo ministro d’Israele, si è insediata in una casa che apparteneva ad un palestinese, una villa da cui aveva fatto cancellare tutte le scritte e decorazioni arabe, nel 1948. In quel libro, pubblicato in Italia da Feltrinelli, Suad lasciava fuori la geopolitica internazionale per affrontare i sentimenti universali come quello della perdita della casa, dei ricordi. «È uno stato d’animo che tutti possono capire: se perdi casa tua, se vedi che c’è un’altra famiglia dentro, quel trauma non ha confini, possono capirlo tutti, è una cosa concreta, uno stato psicologico comune». La Palestina come casa, come spazio intimo perduto. Architetto e scrittrice Suad è nata a Damasco, ora vive a Ramallah, e non può vedere sua sorella e suo fratello che vivono in Giordania né può andare a Gerusalemme est.

Come si vive a Ramallah?

A Ramallah la gente non sa cosa fare. Ma accadono molte cose. I ragazzi dopo la scuola vanno ai check point a protestare. Le persone si confrontano ogni giorno, ci sono manifestazioni al centro della città, e devo dire che si sentono in giro discussioni interessanti. È la prima volta che i giovani chiedono consigli agli adulti che hanno partecipato alla prima Intifada. I giovani non dimostrano la solita mancanza di fiducia che provano per la generazione precedente, per la politica, per esempio, della generazione Abu Mazen. Oggi (il 19 dicembre ndr) andrò a una di queste riunioni, perché dobbiamo capire cosa pensano i giovani. Incontrerò un…

L’intervista di Michela AG Iaccarino a Suad Amiry prosegue su Left in edicola


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