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«Cammino per un declivio e mi chiedo: come fanno a divergere le narrazioni della luce sulla pietra?». Mahmoud Darwish, il più grande poeta palestinese, narratore della Nakba, l’esilio, l’occupazione e la memoria, raccoglie tra le righe della sua poesia “A Gerusalemme” (traduzione di Wasim Dahmash) le due narrative di una stessa città. O le infinite narrative su un luogo che da secoli ispira poeti, musicisti, pittori: la città santa, la città delle mille occupazioni, la città da liberare agli occhi dei crociati e la città testimone della conquista di Saladino, la culla di ebraismo, cristianesimo e islam, la città contesa, divisa e violata.

«Oh Gerusalemme, città del dolore, una grande lacrima erra nell’occhio. Chi porrà fine all’aggressione contro di te, perla delle religioni? Chi laverà le tue mura insanguinate? Chi proteggerà la Bibbia? Chi porterà in salvo il Corano? Chi salverà Cristo? Chi salverà l’uomo?». La lirica del poeta Nizar Qabbani omaggia la città di tutti, dell’uomo e dunque dell’umanità, minacciata oggi da chi vuole farne la città di uno solo.

La narrazione diventa centrale soprattutto per lo sconfitto, il soggetto privato del diritto su Gerusalemme e della possibilità di chiamarla – e di viverla – come casa propria. I palestinesi lo fanno tenendo vivo il suo nome arabo, Al Quds (la santa), e la sua cultura araba, cristiana e islamica, ma anche raccontandola attraverso l’arte. Per dirlo al mondo e ricordarlo a se stessi: «C’era una terra e c’erano mani che costruivano sotto il sole e il vento. E c’erano case e finestre che sbocciavano, e c’erano bambini con i libri tra le mani», canta in “Old Jerusalem” la voce di Fairuz, cantante libanese nota in tutto il mondo arabo. Ogni mattina in Palestina, dalle radio nei bar o nei servis, gli autobus a sette posti che collegano la Cisgiordania, le sue note risuonano, dolce tradizione da consumare dopo l’alba.

Sta qui la consapevolezza della minaccia delle parole: la dichiarazione del…

L’articolo di Chiara Cruciati prosegue su Left in edicola


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