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Negli anni Sessanta, in Italia, accanto ai profondi cambiamenti strutturali che avvenivano in campo sociale, civile, economico, paesaggistico e urbano, alcuni pensatori fuori dall’establishment culturale e politico proponevano un tema nuovo, una ricerca sull’idea di assenza e di sparizione, tema trascurato in una “Italietta” impegnata alla sola conquista di un benessere materiale che mai aveva conosciuto in misura così diffusa. L’antropologo Ernesto de Martino, il regista Michelangelo Antonioni, lo psichiatra Massimo Fagioli, negli anni Sessanta, in modi assai diversi, proposero ricerche originali nell’ambito dell’antropologia, delle immagini, della fisiologia dello sviluppo psichico e della cura della malattia mentale che alludevano o esplicitamente parlavano di assenza e di sparizione.

De Martino aveva parlato di crisi della presenza come dramma umano che incombe sul singolo e sulla collettività nei momenti esistenziali critici, di passaggio, come la nascita, la pubertà, la sessualità, la malattia, la morte. Crisi della presenza che cimenta l’uomo nell’alternativa tra la realizzazione individuale e collettiva da cui deriva la specificità stessa delle culture e dei “mondi” che l’uomo ha vissuto e vive o, al contrario, nella perdita del mondo umano con impossibilità del divenire nella storia e nella cultura, e conseguente pazzia di non poter essere in nessun possibile mondo culturale.

Antonioni – che già nell’Avventura nel 1960 aveva proposto il tema della sparizione della donna senza alcuna ragione apparente – nella swinging London di Blow up mostra…

L’articolo di Mariopaolo Dario prosegue su Left in edicola


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